Interessi e rivalutazione monetaria

Per la pronuncia della sentenza nel rito del lavoro, anche per il secondo grado di giudizio, vale il disposto dell'art. 429, ultimo comma, c.p.c. Infatti quando il giudice pronuncia una sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro per crediti di lavoro, oltre alla somma totale egli deve anche stabilire gli interessi legali dovuti e il maggior danno eventualmente patito dal lavoratore per la diminuzione di valore del suo credito a causa della svalutazione monetaria. L'obbligo di pagamento della cifra così determinata decorre dal giorno in cui matura il diritto in capo al lavoratore.

L'istituto giuridico suddetto è applicabile, per dettato della giurisprudenza

della Suprema Corte, ai rapporti di lavoro parasubordinato, ai crediti da licenziamento illegittimo e ai crediti risarcitori. La particolarità della disposizione in esame sta nella sua natura di diritto sostanziale e nell'obbligo per il giudice di emettere la pronuncia accessoria suddetta. In realtà la norma sostanziale sarebbe già contenuta al secondo comma dell'art. 1224 c.c. dove si stabilisce che al creditore che dimostra di aver subìto un danno maggiore, spetta l'ulteriore risarcimento.

Nel rito del lavoro, invece, il lavoratore-creditore è liberato dall'onere di fornire la prova del maggior danno subìto per effetto della svalutazione monetaria in quanto il giudice è tenuto a pronunciarsi sul punto attenendosi agli indici ISTAT. La posizione della Cassazione è chiara nel ritenere che il giudice ha il dovere di pronunciarsi sulla liquidazione del maggior danno anche d'ufficio e anche in fase d'appello. La precisazione che a tale proposito viene fatta riguarda l'ipotesi che non ci sia stata sul punto apposita pronuncia in primo grado. In tal caso la concessione in appello presuppone una specifica impugnazione.

L'obbligatorietà di pronuncia in capo al giudice riguarda anche la liquidazione degli interessi a tasso legale dal giorno in cui è maturato il diritto. Detti interessi devono essere calcolati sulla somma via via rivalutata, al lordo delle ritenute fiscali e contributive. In tempi più recenti l'orientamento della Cassazione si è attestato nel riconoscere la possibilità di far valere il credito da svalutazione anche con giudizio autonomo, dopo la definizione del rapporto relativo al credito. Il credito da svalutazione è considerato un credito autonomo che si può far valere anche in un secondo momento sempre che il giudizio sul credito base non si sia concluso con una sentenza che, anche implicitamente, abbia negato o abbia comunque statuito sul credito dovuto a svalutazione monetaria.

Pertanto, nonostante la norma parli di un maggior danno eventualmente subìto dal lavoratore, il giudice è sempre tenuto ad aggiornare il credito maturato dal lavoratore rivalutandolo secondo i parametri forniti dall'ISTAT.

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