Il danno alla persona

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Indice della guida
Il danno alla persona è una particolare categoria di danno che, nel tempo, ha modificato e meglio delineato la propria fisionomia, pur essendo sempre in evoluzione e alla ricerca di una collocazione definitiva.
Tale tipologia di danno, non sempre di facile percezione, assume le caratteristiche di danno patrimoniale da lucro cessante, quando viene compromessa l'integrità psicofisica della persona, che provoca danni al patrimonio, e di danno non patrimoniale, quando ad essere lesi sono la salute, i diritti inviolabili dell'uomo e in generale il bene vita.
Il diritto all'integrità psicofisica della persona, in tutti gli ambiti in cui l'individuo esplica la propria personalità, è, infatti, diritto primario ed inviolabile tutelato dagli artt. 2, 3, 29 e 32 della Costituzione. Originariamente, incastonato, con rigidità, all'interno della norma di cui all'art. 2059 c.c., tale diritto rappresenta, oggi, la maturazione di un pensiero dottrinale e giurisprudenziale che ha portato alla lettura costituzionalmente orientata della suddetta disposizione codicistica, con conseguente ampliamento delle ipotesi di risarcibilità del danno non patrimoniale.
Particolare attenzione ha avuto, nel tempo, il danno non patrimoniale nella teoria dell'illecito extracontrattuale, laddove, ancora prima dell'entrata in vigore del codice civile del 1942, la giurisprudenza e la dottrina hanno apportato, e ancora oggi apportano, il loro significativo contributo al fine di adeguare l'astratto schema normativo all'effettiva tutela della persona umana.
Lo schema normativo di cui all'art. 2059 c.c., dove è collocato il danno non patrimoniale, sulla spinta delle istanze della dottrina, ha subito una serie di integrazioni giurisprudenziali (avallate dalla Corte Costituzionale e culminate nelle sentenze del 2008 della Suprema Corte di Cassazione) che, ancora oggi, tuttavia, sono soggette a discussioni.

L'evoluzione del danno non patrimoniale


Il danno non patrimoniale, menzionato nell'art. 2059 c.c. e, ancora prima, nel secondo comma dell'art. 185 c.p. (subendo un mutamento da danno morale in danno non patrimoniale, riferito non solo ai delitti, ma a tutti i reati), rinviene il suo precedente legislativo nell'art. 38 del codice penale del 1889 (c.d. "codice Zanardelli"), quale danno derivante da delitto che offendeva l'onore della persona e della famiglia, nonché nell'art. 7 del codice di procedura penale del 1913, che estendeva il danno ai reati contro la persona e a quelli che offendevano la libertà individuale, l'onore della persona o della famiglia, l'inviolabilità del domicilio o dei segreti.
La dottrina precedente al 1930, seguita dalla giurisprudenza, contraria alla risarcibilità dei danni morali, sottolineava che l'ansia, l'angoscia, le sofferenze fisiche o psichiche, essendo effimere e non durature, non erano compensabili con equivalenti monetari. Nei lavori preparatori all'attuale codice civile, si era concepito il danno non patrimoniale come un altro effetto dell'illecito, ossia come danno-conseguenza, al pari di quello patrimoniale. La giurisprudenza, successiva all'emanazione del vigente codice civile, identificava, quasi sempre, il danno non patrimoniale con l'ingiusto turbamento dello stato d'animo del soggetto offeso, conseguente al verificarsi di un fatto reato, mentre la dottrina lo riconduceva alla sofferenza fisica o psichica. Sulla scorta di tali orientamenti, l'art. 2059 c.c. operava una precisa scelta, sancendo che i danni non patrimoniali, corrispondenti ai soli danni morali soggettivi, vanno risarciti solo nei casi determinati dalla legge, non soltanto escludendo, nelle intenzioni del legislatore del 1942, la risarcibilità di altri danni non patrimoniali, ma, sottraendo questi ultimi alla disciplina dell'art. 2043 c.c.
Sin da allora, le discussioni dottrinarie e giurisprudenziali sul danno non patrimoniale, avviate prima dell'entrata in vigore del codice civile del 1942, non si sono mai sopite, seguitando fino ai tempi più recenti, dopo le sentenze "gemelle" della Suprema Corte (nn. 8827 e 8828 del 31.5.2003) e la pronuncia della Corte Costituzionale n. 233 dell'11.7.2003, diventando più pregnanti dopo l'intervento delle sezioni unite della Cassazione, con sentenze n. 26972, 26973, 26974 e 26975 del 2008, e cercando, ancora oggi, una soluzione definitiva per rendere effettivo il risarcimento integrale del danno.
Il primo apprezzabile approdo del burrascoso navigare della dottrina e della giurisprudenza è avvenuto con il riconoscimento della categoria del "danno biologico", identificato e risarcito con la sentenza n. 3685/1981 della S.C. ed ammesso all'interno dell'art. 2043 c.c. dalla sentenza n. 184/1986 della Corte Costituzionale.

Il revirement della Corte Costituzionale


Nel corso del tempo, quindi, accanto al danno patrimoniale e al danno non patrimoniale, si venne delineando, timidamente, una terza categoria di danno, ossia il danno biologico (o danno evento, che costituisce l'evento del fatto lesivo della salute), termine che evoca il bene giuridico, costituzionalmente tutelato dall'art. 32 Cost., offeso dal fatto realizzativo della menomazione dell'integrità psicofisica del soggetto.
Il danno biologico, dopo oltre trent'anni di sofferte apparizioni (tra cui la più significativa è quella contenuta nella sentenza n. 3675/1981), seppur ancora in cerca di identità, ha avuto il suo riconoscimento giuridico, come autonoma fattispecie di danno risarcibile, con la sentenza n. 184/1986 che lo ha collocato all'interno dell'art. 2043 c.c.
Prima di tale riconoscimento il danno, essendo concepito come perdita economica/patrimoniale e non come perdita di diritti inviolabili dell'individuo, conseguenti alla diminuzione o perdita dell'integrità psicofisica, non era risarcibile nei casi in cui all'evento dannoso non conseguiva una perdita economica o un'ipotesi di reato, tant'è che aldilà della capacità dell'individuo di produrre reddito, non poteva configurarsi una categoria di diritti della persona.
La Corte Costituzionale, quindi, con la sentenza n. 184/86, preso atto del diritto vivente, secondo il quale l'art. 2059 c.c. attiene esclusivamente ai danni morali subiettivi e che l'art. 2043 c.c., in relazione all'art. 32 Cost., è la disposizione che disciplina la risarcibilità del danno biologico, ha previsto il cumulo tra le tre voci di danno: patrimoniale, morale e biologico (quale tertium genus).
La Consulta, pertanto, riconoscendo rilevanza alla persona come valore fondamentale, costituzionalmente tutelato, non poteva limitare la tutela risarcitoria alle sole ipotesi di reato, ma riteneva di includere, in detta tutela, anche il diritto alla salute, quale diritto primario della persona, dalla cui lesione discende il riconoscimento del risarcimento del danno. Il fondamento giuridico di tale riconoscimento era da collocare all'interno degli artt. 2 e 3 della Costituzione, che tutelano la persona in ogni sua espressione, nell'art. 32 che tutela il diritto alla salute e nel principio generale del neminem laedere, che trova il suo fondamento, non solo nell'art. 2043 c.c., ma nell'intero ordinamento giuridico.
Il danno biologico, collocatosi all'interno dell'art. 2043 c.c. non trovava pace, tant'è che è dovuta intervenire la stessa Corte Costituzionale, con la sentenza n. 372/1994, per spostarlo all'interno dell'art. 2059 c.c., dove tutt'oggi riposa.
Questo coraggioso spostamento superava la tradizionale limitazione della categoria dei danni non patrimoniali alla sola figura del danno morale soggettivo, per cui all'interno dell'art. 2059 c.c. trovava ospitalità, non solo il danno morale subiettivo ma, anche ogni altra ipotesi di ingiusta lesione di valori della persona costituzionalmente garantiti, dalla quale conseguivano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica. Trovava così cittadinanza all'interno del danno non patrimoniale anche il danno alla salute iure proprio, riconosciuto ai parenti della vittima, mentre restava ancora privo di disciplina il danno morale non riconducibile ad una fattispecie di reato, non riconosciuto neppure dalla sentenza n. 293/1996, per il quale occorreva attendere l'altro importante sconvolgimento della tradizionale impostazione del danno non patrimoniale, registratosi a partire dall'anno 2003, con la lettura costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c.

Le sentenze del 2003


All'alba del 2000, dopo una serie di pronunce della magistratura di merito (tra cui, Trib. Torino 8.8.1995), entrava formalmente all'interno del sistema risarcitorio, il "danno esistenziale", quale "lesione di diritti di rilevanza costituzionale". In particolare, utilizzando il varco offerto dall'art. 2 Cost., la S.C. affermava l'importante principio per cui la tutela risarcitoria andava estesa a "tutti i danni che almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana" (Cass. n. 7713/2000), ammettendo l'autonoma risarcibilità del danno esistenziale ex art. 2043 c.c. (Cass. n. 9009/2001). A fronte di infinite acclamazioni e altrettante critiche, soprattutto in ordine al profilo della configurabilità giuridica e della risarcibilità concreta di tale tipo di danno, si affermava che lo stesso dovesse assurgere a categoria ampia entro la quale far rientrare "le sottocategorie del danno biologico di natura psicofisica da un lato e le altre ipotesi risarcitorie diverse dalla tutela del diritto alla salute dall'altro" (Corte Conti, n. 10/2003), facendo, quindi, permanere la tradizionale tripartizione del sistema risarcitorio, ma sostituendo la terza voce (il danno biologico), con quella del danno esistenziale, ovvero che lo stesso dovesse costituire un quartum genus, da affiancare al danno biologico, per la tutela dei diritti garantiti costituzionalmente e diversi da quello alla salute.
In questo quadro, in continua evoluzione, si collocano i cambiamenti del 2003, anno in cui si assiste alla scomposizione del legame tra danno patrimoniale e reato.
La sentenza n. 233/2003 della Corte Costituzionale, affermava, infatti, che l'art. 2059 c.c. deve essere interpretato nel senso che il danno non patrimoniale, in quanto riferito all'astratta fattispecie di reato, è risarcibile anche nell'ipotesi in cui, in sede civile, la colpa dell'autore del fatto risulti da una presunzione di legge. Tale sentenza, nella consapevolezza che l'art. 2059 c.c. non assume più funzione sanzionatoria, richiamando, in particolare, l'orientamento giurisprudenziale contenuto nelle sentenze n. 8827/2003 e n. 8828/2003 della Cassazione, riconduceva il danno alla persona nel quadro di un sistema bipolare del danno patrimoniale e non patrimoniale. Nelle suddette sentenze, la S.C. infatti considerando la legislazione successiva al codice civile che ampliava i casi di espresso riconoscimento del risarcimento del danno non patrimoniale al di fuori dell'ipotesi di reato, in relazione alla compromissione di valori personali (tra cui, l'art. 2 della . n. 117/1988; l'art. 29, comma 9, della l. n. 675/1996; l'art. 2 della l. n. 89/2001; ecc.), riteneva inoperante, esclusivamente a favore dell'art. 185 c.p., la riserva di legge contenuta nell'art. 2059 c.c. non essendo più, come all'epoca dell'emanazione del codice civile, l'unica previsione espressa del risarcimento del danno non patrimoniale. La Corte giungeva, quindi, ad assumere che il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale, legittimamente, può essere riferito, dopo l'entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della legge fondamentale. Conseguentemente, il riconoscimento, nella Costituzione, dei diritti inviolabili della persona, non aventi natura economica, implicitamente e necessariamente, esige la tutela di detti diritti, per cui la loro lesione configura un caso, determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale. La lettura costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., ovviamente, non doveva rappresentare, secondo la S.C., l'occasione di un incremento generalizzato e di duplicazioni delle poste di danno ma un mezzo per colmare le lacune, derivanti dalla previgente interpretazione, della tutela risarcitoria della persona che va ricondotta al sistema bipolare del danno patrimoniale e di quello non patrimoniale: quest'ultimo comprensivo del danno biologico in senso stretto, del danno morale soggettivo come tradizionalmente inteso e dei pregiudizi diversi ed ulteriori (danno esistenziale), purchè conseguenti alla lesione di un interesse costituzionalmente protetto.
La scomposizione del danno non patrimoniale in diverse tipologie, sempre secondo la Suprema Corte, non impedisce che la valutazione equitativa di tutti i danni non patrimoniali possa anche essere unica, ossia espressa da un'unica somma di denaro determinata tenendo conto di tutte le proiezioni dannose del fatto lesivo.

Verso l'unitarietà del danno non patrimoniale: le sentenze del 2008


L'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., così come proposta dalle sentenze del 2003 è stata confermata dalle Sezioni Unite nel novembre 2008, le quali (affermando i principi per cui la lesione deve riguardare un interesse di rilievo costituzionale; l'offesa deve essere grave, nel senso che deve superare una soglia minima di tollerabilità; il danno deve essere risarcito quando non sia futile, vale a dire riconducibile a mero disagio o fastidio) hanno ricondotto in un'unica categoria omnicomprensiva di danno non patrimoniale personalizzato, la tradizionale ripartizione del danno biologico, del danno esistenziale e del danno morale, destinata a ricomprenderli, consentendo il loro utilizzo solo a fini descrittivi.
La ricostruzione monistica effettuata dalle S.U. ha comportato l'equiparazione della tipologia dei danni non patrimoniali risarcibili in campo di illecito aquiliano a quella di inadempimento contrattuale, con conseguente riconoscimento della loro risarcibilità anche in presenza di un illecito contrattuale e, più in generale, derivante da obbligazioni.
Le S.U. dunque, ragionando in prospettiva sostanzialistica, volta al riconoscimento del danno effettivamente subito, in quanto lesivo di diritti inviolabili tutelati dall'ordinamento, liberato da ogni etichetta riferita alle voci di pregiudizio, hanno inibito richieste pretestuose, emulative, speculative, speciose e duplicatorie. Tale orientamento richiede, quindi, un più rigoroso onere allegatorio e probatorio, ossia una precisa individuazione dei danni subiti, secondo il loro contenuto e la loro emersione fattuale, il loro rapporto con valori pregnanti, per come individuati dalla coscienza sociale in un dato periodo storico, non potendo il richiamo ai valori di rango costituzionale operare rigidamente, in quanto ogni valore subisce l'influenza dell'evoluzione sociale e, quindi, è mutevole nel tempo. Conseguentemente, la tipicità del danno non patrimoniale va intesa in modo elastico e flessibile, non potendosi stabilire a priori il catalogo dei danni risarcibili, demandato, invece, alla coscienza sociale del momento storico di riferimento, tenuta ad esprimere an, quid, quomodo e quantum. Il danno allegato, inoltre, deve essere dimostrato, non potendosi riconoscere in re ipsa, in modo che emerga il contesto su cui si è innestato e gli effetti pratici che si sono riversati sulla sfera privata del danneggiato. Iudex iusta alligata et probata iudicare debet, per cui sarà compito del giudice di merito applicare i suddetti criteri guida nell'ottica della salvaguardia delle situazioni giuridiche soggettive effettivamente degne di tutela.
Rimane, fermo, ad ogni modo, che il risarcimento, pur nella dicotomia del danno, deve essere integrale e non suscettibile di duplicazioni.

L'attuale sistema bipolare: il danno patrimoniale e non patrimoniale


Nell'attuale sistema bipolare si distingue, quindi, il danno patrimoniale da quello non patrimoniale. Il primo, tipico danno conseguenza, di semplice accertamento, è la lesione al patrimonio valutabile in termini monetari, ossia è il pregiudizio, di natura economica, rilevabile mediante una comparazione del patrimonio medesimo anteriormente e successivamente al verificarsi del fatto dannoso e si scompone nelle sottocategorie del "danno emergente" (corrispondente alla somma di denaro necessaria per ripristinare lo status quo ante l'evento che ha comportato il danno) e del "lucro cessante" (consistente nel mancato guadagno di una somma di denaro che l'evento dannoso impedisce di realizzare).
Il danno patrimoniale conseguenza della lesione dell'integrità psicofisica comporta un danno futuro. Quest'ultimo è, quindi, il lucro cessante, che si proietta nel futuro e costituisce conseguenza probabile, imputabile all'evento dannoso, valutabile su base prognostica, ossia di presunzioni semplici. Non costituiscono, invece, una riduzione della capacità di guadagno e, quindi, non producono un danno patrimoniale i postumi micro permanenti (ovvero la riduzione della capacità di lavoro generico).
Il danno non patrimoniale, invece, afferente a beni immateriali (quali la vita affettiva, la salute, l'onore, il prestigio, il nome, ecc.), ossia a beni della vita che non possono essere oggetto di quantificazione economica, è definito come il danno conseguente alla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica. Essendo ormai acquisito nell'ordinamento positivo, il riconoscimento dell'estensione della nozione di danno non patrimoniale, quale danno da lesione di valori inerenti alla persona e non più come danno morale soggettivo, lo stesso deve intendersi come categoria omnicomprensiva che racchiude ogni tipo di pregiudizio all'integrità dell'individuo in tutti i suoi aspetti dinamico-relazionali, sia che venga allegato come danno fisico alla salute (art. 32 Cost.), che come danno da peggioramento della qualità della vita, lesione del diritto alla serenità e tranquillità familiare (art. 2, 29 e 30 Cost.), alla reputazione, all'immagine, al nome, alla riservatezza e in generale lesione dei diritti inviolabili della persona, incisa nella sua dignità, così come garantiti dagli artt. 2 e 3 Cost.

Le componenti del danno non patrimoniale


Sebbene, dopo la sentenza delle sezioni unite del 2008, cui si è uniformata la prevalente giurisprudenza di legittimità (v., ex multis, Cass. n. 24864/2010; 11950/2013), il riferimento alle diverse tipologie di danno (biologico, morale, esistenziale, ecc.) risponde ad esigenze descrittive e non comporta il riconoscimento di distinte categorie di danno non patrimoniale, che è e rimane un unicum, il carattere omnicomprensivo dello stesso non può, però, compromettere il principio dell'integralità del risarcimento medesimo, per cui le varie categorie sottoindicate, pur non costituendo alla luce dell'orientamento giurisprudenziale, danni autonomamente risarcibili, rappresentano singole voci di pregiudizio non patrimoniale.

Il danno biologico


Dall'esperienza giudiziaria sono derivati il danno alla vita di relazione, il danno alla sfera sessuale, il danno estetico non concretamente incidente sulla capacità di guadagno, il danno da riduzione della capacità lavorativa generica (ecc.) e sono state prese in considerazione ipotesi di piccole invalidità permanenti non influenti sul reddito del soggetto, relative a periodi di malattia temporanea durante la quale il lavoratore ha continuato a percepire l'intera retribuzione. Tutto ciò ha rappresentato l'immediato precedente giurisprudenziale del danno biologico, ossia della lesione dell'integrità fisica e psichica del soggetto, medicalmente accertabile, risarcibile a prescindere dalla capacità di produzione di reddito del danneggiato.  (Per la quantificazione del danno biologico si veda, nella sezione "risorse", lo strumento di calcolo del danno biologico

Il danno morale

Il danno morale costituisce la sofferenza subita dal soggetto a seguito di lesioni fisiche e comprende ansie, sofferenze psichiche e non, angoscia, stati di afflizione, patemi d'animo. Con il termine di danno morale (pretium doloris) si intende risarcire il dolore fisico e non, lo spavento, l'emozione, cioè tutti quei danni che non ledono il patrimonio della persona, ma che non rientrano, neppure nel danno biologico.
Le note sentenze delle Sezioni Unite della S.C. del 2008, recependo la concezione affermatasi in dottrina e consolidatasi in giurisprudenza tesa a superare i limiti angusti della risarcibilità del danno non patrimoniale conseguente ad una fattispecie integrante reato, hanno definito il danno morale "quale patema d'animo o sofferenza interiore o perturbamento psichico, di natura meramente emotiva e interiore (danno morale soggettivo)", escludendo che tale formula possa individuare "un'autonoma sottocategoria di danno". Viene superata, altresì, sull'assunto che né l'art. 2059 c.c. né l'art. 185 c.p. ne fanno menzione, la rilevanza del danno morale solo in via transitoria, ravvisando nello stesso uno dei molteplici possibili pregiudizi di tipo non patrimoniale "costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sè considerata, la cui intensità e durata nel tempo rilevano non già ai fini della esistenza del danno, bensì della mera quantificazione del relativo ristoro", negando che tale sofferenza sia "necessariamente transeunte, ben potendo l'effetto penoso protrarsi anche per lungo tempo, superando pertanto la tesi che restringeva o limitava la categoria del danno non patrimoniale alla mera figura del cd. danno morale soggettivo transeunte" (Cass. S.U., n. 26972/2008).
Successivamente alle pronunce del 2008, il danno morale è stato dal legislatore definito quale "sofferenza e turbamento dello stato d'animo, oltre che della lesione alla dignità della persona" (art. 5, comma 1, lett. c), d.p.r. n. 37/2009 recante "Regolamento per la disciplina dei termini e delle modalità di riconoscimento di particolari infermità da cause di servizio per il personale impiegato nelle missioni militari all'estero, nei conflitti e nelle basi militari nazionali" poi abrogato dal d. lgs. n. 66/2010, art. 2269, comma 1, n. 385, "Codice dell'Ordinamento militare"), nonché quale "pregiudizio non patrimoniale costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal fatto lesivo in sè considerato" (d.p.r. n. 181/2009, "Regolamento recante i criteri medico-legali per l'accertamento e la determinazione dell'individualità e del danno biologico e morale a carico delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice a norma della l. n. 206/2004, art. 6"). La qualificazione di siffatta fattispecie di danno in termini di dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana, desumibile dall'art. 2 Cost. in relazione all'art. 1 della Carta di Nizza, contenuta nel Trattato di Lisbona (ratificato dall'Italia con l. n. 190/2008), risulta inoltre già da tempo recepita dalla giurisprudenza di legittimità (v. Cass. n. 29191/2008; 13530/2009; 5770/2010), la quale, nel segnalarne l'ontologica autonomia, in ragione della diversità del bene protetto, attinente alla sfera della dignità morale della persona, ha sottolineato la conseguente necessità di tenerne autonomamente conto, rispetto agli altri aspetti in cui si sostanzia la categoria del danno non patrimoniale, sul piano liquidatorio, escludendo che, laddove i patemi d'animo e la mera sofferenza psichica interiore sono assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico (Cass. n. 26972/2008), il "valore dell'integrità morale possa stimarsi in una mera quota minore del danno alla salute e di potersi fare ricorso a meccanismi semplificativi di tipo automatico" (Cass. n. 1361/2014; n. 16041/2013; n. 22909/2012).
Ne discende che la definizione del danno morale, connotata di significati ulteriori rispetto al mero patema d'animo, alla sofferenza interiore o perturbamento psichico, inteso secondo l'accezione accolta dalle SS.UU. del 2008 e dalla giurisprudenza successiva, "quale lesione della dignità o integrità morale, massima espressione della dignità umana, assume specifico e autonomo rilievo nell'ambito della composita categoria del danno non patrimoniale, anche laddove la sofferenza interiore non degeneri in danno biologico o in danno esistenziale" (Cass. n.1361/2014).
Vedi anche: articoli e sentenze sul danno morale   

Il danno esistenziale


Il danno dinamico-relazionale o esistenziale trova la fonte del suo risarcimento nella distinzione operata nell'art. 612-bis del codice penale, dove rilevano due momenti della sofferenza: il dolore interiore (danno morale) e la significativa alterazione della vita quotidiana (danno esistenziale); quest'ultimo consiste nella lesione di diritti o interessi, costituzionalmente protetti, inerenti alla persona umana, diversi dalla salute.
In definitiva, il danno esistenziale è la forzosa rinuncia allo svolgimento di attività non remunerative, fonte di compiacimento o benessere (c.d. attività realizzatrici), non causata da una compromissione dell'integrità psicofisica, ovvero il pregiudizio corrispondente alla modificazione peggiorativa della sfera personale del danneggiato, come insieme di attività attraverso le quali egli realizza la propria individualità, o, ancora, l'impossibilità di rispettare gli impegni quotidiani della propria agenda e conseguentemente doverla sconvolgere, nonché il pregiudizio conseguente alla lesione dei diritti inviolabili dell'uomo e il demansionamento del lavoratore subordinato (Cass. S.U. n. 6572/2006).
Si veda anche la raccolta di articoli sul danno esistenziale

Il danno parentale


La perdita del rapporto parentale concreta un danno derivante dall'interesse all'intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà, all'inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell'ambito della famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli art. 2, 29 e 30 Cost.
Il danno parentale si colloca nell'area del danno non patrimoniale di cui all'art. 2059 c.c.
Il danno non patrimoniale da uccisione di congiunto non coincide con la lesione dell'interesse protetto; esso consiste nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, "dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell'ambito del nucleo familiare. Perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell'interesse protetto" (Cass. n. 12124/2003). Volendo far riferimento alla nota distinzione tra danno-evento e danno-conseguenza (introdotta dalla sentenza della Corte Cost. n. 184/86), esso si colloca nella seconda categoria, per cui deve affermarsi che dalla lesione dell'interesse possono scaturire le conseguenze sopraindicate, che, in relazione alle varie fattispecie, potranno avere diversa ampiezza e consistenza, in termini di intensità e protrazione nel tempo. In quanto ontologicamente diverso dal danno morale soggettivo contingente, il danno da perdita del rapporto parentale può essere riconosciuto a favore dei congiunti unitamente a quest'ultimo, senza che possa ravvisarsi una duplicazione di risarcimento.

Il danno da morte


Il danno tanatologico, inteso come consapevolezza dell'imminente fine della vita, è stato riconosciuto dalla giurisprudenza solo quando sia stato accertato che la vittima abbia sofferto dolore di natura psichica, mentre è stato escluso quando la stessa decede immediatamente o rimane in coma fino al decesso, in quanto, in tali ipotesi, si presume non avverta sofferenza.
Le S.U. con la sentenza n. 26972/08 hanno stabilito che la sofferenza patita dalla vittima dovrà essere risarcita sotto il profilo del danno morale e non del danno biologico. Solo con la sentenza n. 1361/2014, la Suprema Corte ha riconosciuto il danno da perdita della vita, tutelato dall'art. 2 Cost., quale bene supremo dell'individuo, altro e diverso dal danno alla salute, dal danno biologico terminale e dal danno morale terminale. 
Vedi anche:
- Strumento per il calcolo del danno da morte
- Raccolta articoli sul danno da morte

L'onere della prova

Diversamente dal danno patrimoniale, la non patrimonialità del danno alla persona comporta che il ristoro pecuniario, conseguente al risarcimento, non corrisponda alla relativa esatta commisurazione del pregiudizio, imponendosi pertanto una valutazione equitativa (v., ex multis, Cass. S.U. n. 26972/2008), diretta a determinare "la compensazione economica socialmente adeguata del pregiudizio" che "l'ambiente sociale accetta come compensazione equa" e condotta "con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravità della lesione" (Cass. n. 1361/2014), seppur alla stregua della necessità di "ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre" (Cass. S.U. n. 26972/2008).
Poiché il danno, in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, risultando altrimenti snaturata la funzione del risarcimento che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (Cass. S.U. n. 26972/2008), l'onere della prova dei danni lamentati, dell'evento e del nesso di causalità verte sul danneggiato, secondo la regola generale ex art. 2697 c.c.
Per cui il danno non patrimoniale deve essere sempre allegato e provato, giacchè "l'onere della prova non dipende dalla relativa qualificazione in termini di "danno-conseguenza ma tutti i danni extracontrattuali sono da provarsi da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, la prova potendo essere d'altro canto data con ogni mezzo, anche per presunzioni" (v. Cass. n. 1361/2014, n. 22585/2013); n. 20292/2012).
Con riferimento al danno futuro e al danno morale, la prova può essere anche presuntiva, superabile con la prova del contrario. Il danneggiato, deve, comunque, allegare, alla propria domanda risarcitoria tutte le circostanze e i fatti utili ad apprezzare la lesione patita.

Criteri di liquidazione


I criteri di liquidazione del danno sono: quello tabellare, dato dal prodotto tra il grado di invalidità, il coefficiente di capitalizzazione corrispondente all'età del danneggiato ed un reddito medio figurativo; quello del valore-punto, che prevede l'assegnazione di una somma fissa e uguale per tutti per ogni punto di invalidità biologica; quello equitativo, che impone la valutazione di tutte le specifiche circostanze del caso concreto e delle condizioni del danneggiato.
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 5243/2014, ha ritenuto che possano costituire un valido criterio di riferimento, ai fini della valutazione equitativa ex art. 1226 c.c., per le macrolesioni (superiori al 10%), le tabelle per la liquidazione del danno biologico elaborate dal Tribunale di Milano. Per le microinvalidità, si fa riferimento alla disciplina normativa. (Per la quantificazione del danno biologico si veda, nella sezione "risorse", lo strumento di calcolo del danno biologico)   

Il danno non patrimoniale delle persone giuridiche


La risarcibilità del danno non patrimoniale, inteso come ogni pregiudizio di natura non economica derivante da lesioni di valori inerenti alla persona, è sempre stata prerogativa delle persone fisiche ma ciò non ha impedito la sua estensione anche alle persone giuridiche.
Il danno non patrimoniale riconosciuto ad un soggetto collettivo si configura ogni volta che un comportamento esterno o interno incida sulla reputazione e sull'immagine dello stesso, ossia tutte le volte in cui un comportamento ingeneri effetti lesivi che prescindono dalla personalità giuridica del danneggiato.
L'uniformità della tutela risarcitoria per lesioni di diritti non patrimoniali, fra persone fisiche e giuridiche, che la giurisprudenza di legittimità aveva trattato, nel 2004, con riferimento alla lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, è da attribuire alla sentenza n. 12929/2007 della Suprema Corte di Cassazione. Successivamente, con la sentenza n. 355/2010, la Corte Costituzionale, in linea con quanto affermato dalla Cassazione con la pronuncia n. 26792/2008, ha stabilito che il relativo danno all'immagine della P.A., ossia il pregiudizio arrecato alla rappresentazione che essa ha di sé in conformità al modello delineato costituzionalmente, ha valenza non patrimoniale e trova la sua fonte di disciplina nell'art. 2059 c.c. in relazione all'art. 97 Cost., che impone la costruzione, sul piano legislativo, di un modello di amministrazione pubblica che ispiri la sua azione al rispetto dei principi generali di efficacia, efficienza e imparzialità.
Deve, pertanto, ritenersi esistente, salvo circostanze particolari che lo escludano, il danno non patrimoniale, inteso come danno morale soggettivo connesso a turbamenti di carattere psicologico, subito dalle persone giuridiche, risarcibile sulla base dell'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c.
Il richiamo alle "formazioni sociali" operato dalla Costituzione rappresenta il passaggio attraverso il quale viene introdotta anche la persona giuridica nel novero dei soggetti tutelabili.
La fattispecie di danno non patrimoniale comprende diritti immateriali della personalità, compatibili con l'assenza di fisicità (quali l'esistenza, i diritti all'immagine, alla reputazione, all'identità storica, culturale e politica), costituzionalmente protetti, e si configura anche in conseguenza di un inadempimento contrattuale (Cass. S.U. n. 26972/2008; Cass. n. 5481/2014). A tale orientamento si sono conformate sia la Corte dei Conti che il Consiglio di Stato.
In particolare, rappresenta un danno non patrimoniale la diminuzione della considerazione, riferibile alla persona giuridica, concretandosi in una incidenza negativa sull'agire delle persone fisiche che ricoprono gli organi della stessa. Nella lesione del diritto all'immagine si distinguono le conseguenze negative prodotte dalla consapevolezza in capo agli organi della persona giuridica, che agiscono in rappresentanza e nell'interesse della stessa, di dover superare, nei loro rapporti con i terzi, gli svantaggi derivanti dall'evento dannoso; ovvero la diminuzione della reputazione della persona giuridica fra i consociati.
Secondo la sentenza n. 491/2008 del Consiglio di Stato, è diretta conseguenza del diritto all'immagine, anche il danno esistenziale. Quest'ultimo, categoria ancora molto discussa, comporta un pregiudizio di natura non patrimoniale derivante dalla lesione di qualsiasi bene giuridicamente rilevante che incide sulla sfera esistenziale del danneggiato, alterandone gli assetti relazionali propri e inducendolo a scelte di vita diverse (Cass. n. 2546/2007).
Il danno non patrimoniale subito dalle persone giuridiche si inquadra come danno-conseguenza con onere probatorio gravante sul danneggiato, che sarà tenuto a fornire la prova specifica dei pregiudizi subiti, avvalendosi anche dello strumento delle presunzioni.
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