Danno non patrimoniale da morte del congiunto

Il danno non patrimoniale conseguente a morte del congiunto aveva suscitato le maggiori perplessità e portato alla elaborazioni di varie teorie riconducibili a tre fondamentali impostazioni da cui discendevano importanti riflessi sul piano pratico applicativo. Tali contrasti sono stai superati a seguito della nota sentenza del 2008 con la quale la Suprema Corte ha fissato tre punti consistenti nel fatto che i danni si distinguono in patrimoniali e non patrimoniali, il danno non patrimoniale ex art 2059cc ha natura omnicomprensiva e quando l’illecito non integra una fattispecie penale il danno non patrimoniale è comunque risarcibile nel caso di lesione di interessi
costituzionalmente garantiti. Una simile impostazione che riconosce la risarcibilità di danni non patrimoniali a prescindere dal fatto che configurino una ipotesi di reato ogni qual volta vi sia la lesione di un interesse costituzionalmente protetto. Da questa affermazione di principio discende che rientra nel concetto di danno non patrimoniale ogni sofferenza provata dai congiunti della vittima. La morte di una persona può provocare un danno patrimoniale capace di manifestarsi variamente a tal fine non sarà necessario andare a distinguere le varie categorie essendo sufficiente individuare come l’illecito abbia inciso nella sfera non patrimoniale dei superstiti. Varie sono anche le conseguenze patrimoniali che possono derivare e possono consistere in una malattia fisica, nel dolore e nella sofferenza per la perdita del congiunto, o nella perdita di benefici morali quali insegnamenti, vita comune etc. tutti aspetti che il Giudice sarà chiamato a tenere in debita considerazione al momento della liquidazione. Nessun dubbio poi è stato sollevato in merito alla circostanza secondo cui il solo gli stretti congiunti id est moglie, genitori, figli e fratelli della vittima defunta possano avanzare pretese risarcitorie. In tali ipotesi la giurisprudenza non richiede alcun tipo di prova nel senso che la sola circostanza dell’esistenza di uno stretto legame familiare è sufficiente a legittimare la richiesta. Tale legittimazione è stata riconosciuta anche la fratello unilaterale nonché al coniuge separato valutando in quest’ultimo caso se vi fosse o meno una possibilità di riconciliazione e delle circostanze che avevano determinato la separazione con la conseguenza che il danno in questione non verrà liquidato al coniuge se la separazione si caratterizzi per una acredine reciproca e viceversa nel caso in cui il coniuge superstite abbia fatto il possibile per ricomporre l’unione. Vale poi la pena di ricordare alcune pronunce che non hanno mancato di riconoscere il diritto al risarcimento danni anche al nipote per la perdita del nonno. La giurisprudenza ha poi riconosciuto un diritto al risarcimento del danno anche ai parenti anche se non conviventi purchè diano prova di un vincolo affettivo con la vittima sulla scota di questa apertura si è riconosciuto il diritto al risarcimento anche per il nipote in conseguenza della morte dello zio. Possibilità che invece è stata esclusa perciò che concerne un semplice rapporto di amicizia. Oggetto di numerosi dibattiti è stata invece la possibilità di riconoscere tutela al convivente more uxorio della vittima. Un primo orientamento riteneva infatti che una simile legittimazione richiedesse la previa dimostrazione della stabilità e della durevolezza della convivenza. Resta poi il problema di capire quando una convivenza possa essere considerata rilevante da punto di vista giuridico in quanto non è stata ritenuta la sussistenza di un rapporto di semplice coabitazione se questo non è sorretto da quella stabilità , fedeltà e collaborazione che caratterizzano il vincolo coniugale. Altrettanto controversa è la risarcibilità del danno morale subito dal nascituro in conseguenza della morte del padre avvenuta durante la gestazione. Oggi dopo una lunga evoluzione giurisprudenziale è stato ritenuto che il danno del concepito non perché esso abbia una capacità giuridica, benché limitata ma perché il danno è la lesione di un interesse, rappresentato dal diritto a godere una volta nato della figura genitoriale. È tuttavia doveroso ricordare come vi sia anche un diverso orientamento che nega la risarcibilità del danno in esame rilevando che non può esservi offesa che non incida in una relazione intersoggettiva. I parametri che vengono poi utilizzati ai fini della quantificazione del danno conseguente alla perdita del prossimo congiunto sono molteplici e tentano tutti di giungere ad una patrimonializzazione capace di tener   conto del caso concreto, si prendono perciò a riferimento l’età del defunto, l’età ed il sesso del superstite, il rapporto di parentela, la convivenza o meno , la composizione del nucleo familiare   e modalità di commissione dell’illecito, valutandone l’efferatezza. Sulla scorta di queste considerazioni la Suprema Corte ha ritenuto meritevole di maggiore tutela risarcitoria la perdita di un congiunto giovane, rispetto alla perdita di uno avanti negli anni come quella del congiunto con il quale ancora si vive rispetto a quello con cui non si vive più. Confrontando le numerose sentenze pronunciate sul punto è dato vedere come la misura dell’ammontare della liquidazione subisca oscillazioni di notevole entità. Il Tribunale di Roma dal 2007 ha adottato un sistema tabellare particolare nel quale il danno per la perdita del prossimo congiunto si basa su di un sistema a punti. La sofferenza può così graduarsi secondo una scala di intensità variabile in funzione di molti aspetti, in funzione dell’id plerumque accidit. Fattori che vanno da dall’età della vittima considerando che la sofferenza sarà maggiore quanto più giovane sia, l’età del congiunto superstite e la convivenza con la vittima. Ogni elemento è graduabile secondo una scala di intensità.
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