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La chiusura delle indagini preliminari

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Indice della guida
A cura di: Avv. Francesca Romanelli, Avv. Silvia Vagnoni e Avv. Enrico Leo

Le indagini devono essere concluse nel termine di sei mesi o di un anno (qualora si tratti di reati gravi) dal giorno in cui il nome dell’indagato è stato iscritto nel registro delle notizie di reato o, se si tratta di reati perseguibili a querela, istanza o richiesta, dal giorno in cui tali atti pervengono al p.m. (art. 405 c.p.p.). 


Prima che scada il termine previsto per la chiusura delle indagini il p.m. può chiedere al giudice, che ne dà notizia all’indagato e all’offeso dal reato i quali hanno facoltà di presentare memorie nel termine di 5 giorni, una proroga di sei mesi purché ricorra una giusta causa (quando la proroga è chiesta per la prima volta). La richiesta deve contenere l’indicazione della notizia di reato e l’esposizione dei motivi che la giustificano. Nei casi di particolare complessità delle indagini o di oggettiva impossibilità di concluderle entro il termine prorogato, il p.m. può chiedere ulteriori proroghe, ciascuna per un tempo non superiore a sei mesi (art. 406, commi 2 e 2 bis, c.p.p.), salvo che si proceda per i reati di cui agli artt. 572, 589, 2° comma e 590, terzo comma e 612-bis c.p. per i quali la proroga può essere concessa una sola volta.  

La durata complessiva delle indagini preliminari non può in ogni caso superare diciotto mesi o due anni (qualora si tratti di reati gravi) (art. 407 c.p.p.).

Il G.I.P. potrà concedere o negare la richiesta proroga con ordinanza adottata in camera di consiglio o fissare dinanzi a sé un’udienza di cui darà notizia al P.M., all’indagato e alla persona offesa dal reato.

Secondo il disposto dell’art. 407, comma 3, c.p.p., qualora il p.m. non eserciti l’azione penale e non richieda l’archiviazione nel termine stabilito dalla legge o prorogato dal giudice, gli atti di indagine preliminare compiuti dopo la scadenza del termine non possono essere utilizzati. La preclusione, non opera nei confronti del compimento di qualsiasi attività processuale, ma solo per “quegli atti che, per contenuto o funzione, riguardano le indagini stesse ovvero l’acquisizione delle prove, con la conseguenza che anche a termine scaduto, nel caso in cui il p.m. non abbia ancora esercitato l’azione penale e il procuratore generale quello di avocazione, il p.m. può richiedere e il giudice provvedere all’applicazione delle misure cautelari e, in particolare, del sequestro preventivo, atteso che questo non è atto ad efficacia probatoria” (Cass. Pen. n. 12294/2001).

Al termine delle indagini il p.m. può:

- chiedere l’archiviazione della notizia di reato (obbligatoriamente nel caso previsto dall’art. 405, comma 1-bis, c.p.p., quando la Corte di Cassazione si è pronunciata in ordine all’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e non sono stati acquisiti successivamente ulteriori elementi a carico della persona sottoposta alle indagini), informandone la persona offesa che può proporre opposizione entro dieci giorni chiedendo "la prosecuzione delle indagini preliminari indicando, a pena di inammissibilità, l’oggetto della investigazione suppletiva e i relativi elementi di prova" (art. 410 c.p.p.);

esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, “nei casi previsti nei titoli II, III, IV e V del libro VI ovvero con richiesta di rinvio a giudizio (art. 405, 1° comma, c.p.p.), entro sei mesi dalla data in cui il nome della persona alla quale è attribuito il reato è iscritto nel registro delle notizie di reato, ovvero di un anno se si procede per taluno dei delitti indicati nell’art. 407, comma 2, lett. a), non prima di aver notificato all’indagato un avviso di conclusione delle indagini contenente "la sommaria enunciazione del fatto per il quale si procede, delle norme di legge che si assumono violate, della data e del luogo del fatto", "l’avvertimento che la documentazione relativa alle indagini espletate è depositata presso la segreteria del pubblico ministero e che l’indagato e il suo difensore hanno facoltà di prenderne visione ed estrarne copia (…) e che l’indagato ha facoltà, entro il termine di venti giorni, di presentare memorie, produrre documenti, depositare documentazione relativa ad investigazioni del difensore, chiedere al pubblico ministero il compimento di atti di indagine, nonché di presentarsi per rilasciare dichiarazioni ovvero chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio" (art. 415 bis c.p.p.).

Di fronte all’eventuale inerzia dell’ufficio inquirente, ferma restando la configurabilità di ipotesi di responsabilità disciplinari o addirittura penali nei confronti del p.m. negligente (Cass. Pen., sez. un., n. 16/2000), il sistema del codice di rito prevede lo specifico rimedio dell’avocazione delle indagini da parte del procuratore generale presso la Corte d’Appello.

Il potere di avocazione, disciplinato dagli artt. 412 e 413 c.p.p., rappresenta un mezzo di garanzia teso a rimediare all’inerzia e/o alle omissioni del p.m., oltre che uno strumento di sicurezza per assicurare l’epilogo del procedimento penale in caso di situazioni di stasi, anche involontarie, in ottemperanza al principio fondamentale dell’obbligatorietà dell’azione penale sancito dall’ordinamento giuridico.

L’esercizio dell’avocazione comporta, di fatto, la sottrazione delle indagini all’organo inquirente a favore dell’ufficio del procuratore generale, per cui il legislatore codicistico si è preoccupato di stabilire specificamente le ipotesi in cui ciò possa avvenire.

Secondo il primo comma dell’art. 412, 1° comma, c.p.p., infatti, l’avocazione può essere esercitata, a seguito dell’inerzia del p.m., nelle sole due ipotesi tassativamente indicate dalla norma, ovvero: quando lo stesso non provveda ad esercitare l’azione penale oppure a richiedere l’archiviazione entro i termini stabiliti dalla legge o prorogati dal giudice.

L’avocazione prevista nelle suddette fattispecie è obbligatoria ed è destinata a prodursi automaticamente in presenza delle condizioni stabilite dal primo comma dell’art. 412 c.p.p.: a differenza, infatti, del potere facoltativo esercitabile nelle ipotesi di cui al comma 2 dello stesso articolo, di fronte all’inerzia o alle omissioni del p.m., il p.g. ha il potere-dovere di attivarsi avocando a sé l’esercizio delle indagini, determinando con ciò il trasferimento all’ufficio avocante dell’esercizio dell’azione penale prima spettante all’ufficio avocato.

Tuttavia, finché il procuratore generale non eserciti l’avocazione, rimane invariata la facoltà dell’organo inquirente di svolgere attività processuali, nel rispetto delle preclusioni stabilite per gli atti inerenti, per contenuto e funzione, le indagini preliminari, che sono inutilizzabili ex art. 407, comma 3, c.p.p.

Il decorso del termine per il compimento delle indagini preliminari, infatti, secondo l’indirizzo giurisprudenziale, “non determina la decadenza del pm dal potere di esercitare l’azione penale - finchè il p.g. non - abbia esercitato il suo potere di avocazione ai sensi dell’art. 412, comma 1, c.p.p.” (Cass. Pen. n. 19883/2009).

Inoltre, al fine di permettere un controllo sulla presenza delle ragioni giustificatrici del ricorso all’avocazione da parte del procuratore avocante, l’art. 412 c.p.p. stabilisce che tale potere venga esercitato “con decreto motivato” e che il p.g., una volta svolte le indagini preliminari indispensabili, “formuli le sue richieste entro trenta giorni dal decreto di avocazione”. Viceversa, al fine di consentire al p.g. l’esercizio d’ufficio dell’avocazione delle indagini, l’art. 127 delle disposizioni di attuazione dispone che la segreteria del p.m. trasmetta, settimanalmente, al procuratore generale presso la corte d’appello, un elenco delle notizie di reato pendenti, contro persone note, per le quali non è stata ancora né esercitata l’azione penale né richiesta l’archiviazione nei termini di legge o di quelli prorogati dal giudice.

Qualora l’avocazione non venga esercitata d’ufficio, in presenza delle condizioni di pendenza del procedimento penale a causa dell’inerzia o dell’omissione del p.m., l’art. 413 c.p.p. legittima, infine, sia la persona sottoposta alle indagini che quella offesa dal reato, a chiedere al procuratore generale di attivarsi in tal senso. 

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