Requisiti di assoggettamento al fallimento

Il r.d. n. 267 del 16 marzo 1942 subordina l'assoggettamento al fallimento al concorso di precisi requisiti soggettivi ed oggettivi, individuati, rispettivamente, nell'art. 1 e nell'art. 5.

In particolare, l'art. 1, 1° comma, della L.F., modificato dal d.lgs. n. 5/2006 e successivamente dal d. lgs. n. 169/2007, si occupa di definire i requisiti soggettivi delle imprese soggette al fallimento e al concordato preventivo, stabilendo, da un lato, che sono assoggettati alle suddette procedure concorsuali, gli imprenditori che esercitano effettivamente un'attività commerciale (quindi, sicuramente, non agricola) e dall'altro, escludendo gli enti pubblici e i piccoli imprenditori.

La riformulazione dell'ambito soggettivo operata dal legislatore del 2006, dunque, ha lasciato invariati dal punto di vista qualitativo i soggetti sottoponibili alle procedure concorsuali intervenendo, invece, dal punto di vista quantitativo, sul concetto di piccolo imprenditore.

Per quanto concerne quest'ultimo profilo, secondo quanto recita l'art. 2083 c.c.sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un'attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia”.

Ebbene, come ribadito anche dall'art. 2221 c.c., tale categoria di imprenditori è esonerata dal subire la procedura fallimentare, anche perché, come osservato da autorevole dottrina, le limitate dimensioni dell'attività di impresa esercitata e, quindi, dei contatti e delle relazioni commerciali da essi normalmente intrattenute, ridimensionano fortemente le esigenze di garantire in modo più stringente la c.d. “par condicio creditorum”.

In ordine al canone di qualificazione dei piccoli imprenditori, in vigenza del precedente sistema della Legge Fallimentare, si è scatenata una lunga querelle interpretativa in seno alla giurisprudenza, considerata la duplice definizione espressa, da un lato dall'art. 2083 c.c. e dall'altro, dalla disposizione di cui all'art. 1 della L.F. del 1942.

Difatti, mentre l'art. 2083 c.c. fa riferimento, com'è evidente, al lavoro proprio del piccolo imprenditore e della famiglia, la disposizione della Legge Fallimentare ancorava l'esclusione dal fallimento di coloro che avessero un reddito inferiore al minimo imponibile ai fini dell'imposta di ricchezza mobile e un capitale investito inferiore a 900.000 lire (euro 464,81). A seguito della soppressione dell'imposta di ricchezza mobile e della perdita del potere d'acquisto della moneta, nonché della dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma contenuta nell'art. 1 della L.F. (con sentenza n. 570 del 22 dicembre 1989), la giurisprudenza aveva proceduto ad individuare la nozione di piccolo imprenditore esclusivamente sul dettato dell'art. 2083 c.c., meglio delineandola, nel tempo, attraverso un'individuazione della casistica dei soggetti rientranti nella categoria su parametri oggettivi di riferimento (come, ad esempio, la valutazione dell'attività svolta, l'organizzazione dei mezzi utilizzati, l'entità dell'impresa, ecc.), secondo una valutazione da fare caso per caso e a seconda delle singole fattispecie.

Il legislatore della riforma, pertanto, al fine di superare le precedenti incertezze, ha fornito una nuova nozione di piccolo imprenditore basata su un criterio quantitativo dimensionale, parametrato all'entità dell'investimento nell'azienda, ovvero all'entità dei flussi attivi, alla soglia dei ricavi e dei debiti.

Il nuovo art. 1 L.F. stabilisce, infatti, che non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori commerciali (senza differenze tra individuale e collettivo) i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti: “a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila; b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila; c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila”.

Tali limiti possono essere aggiornati ogni tre anni con decreto del Ministro della giustizia, sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT.

Altra novità di assoluto rilievo è rappresentata dal mancato riferimento alle società commerciali, per le quali il vecchio testo dell'art. 1 L.F. disponeva espressamente che non potessero in nessun caso essere considerate piccoli imprenditori e rendendole, dunque, necessariamente assoggettabili al fallimento.

Eliminando il riferimento alle società commerciali, la nuova norma comporta, pertanto, che anche le società che rimangano al di sotto delle soglie indicate dall'art. 1, unitamente agli imprenditori agricoli e agli enti pubblici, restino escluse dall'assoggettabilità alle procedure concorsuali.

Oltre a ricorrere i requisiti soggettivi appena visti, per far sì che un'impresa sia assoggettabile a fallimento, è necessario, al tempo stesso, la ricorrenza del presupposto oggettivo definito dalla legge fallimentare “stato d'insolvenza”.

Questo stato si manifesta, secondo quanto disposto dall'art. 5 del r.d. n. 267/1942, non modificato dalla riforma, “con inadempimenti od altri fatti esteriori, i quali dimostrino che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni” .

Secondo la definizione elaborata da dottrina e da giurisprudenza, lo stato di insolvenza dell'imprenditore commerciale, quale presupposto per la dichiarazione di fallimento, coinvolge l'intero patrimonio realizzandosi “in presenza di una situazione d'impotenza strutturale e non soltanto transitoria a soddisfare regolarmente e con mezzi normali le proprie obbligazioni a seguito dei venir meno delle condizioni di liquidità e di credito necessarie alla relativa attività, mentre resta in proposito irrilevante ogni indagine sull'imputabilità o meno all'imprenditore medesimo delle cause del dissesto ovvero sulla loro riferibilità a rapporti estranei all'impresa così come sull'effettiva esistenza ed entità dei crediti fatti valere nei suoi confronti” (cfr. ex multis, Cass. n. 4789/2005; n. 5215/2008).

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