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Le liberalità non donative

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Guida sulle donazioni
Nell'ordinamento giuridico italiano sono ammesse almeno tre tipologie di liberalità c.d. "non donative": le donazioni indirette, le liberalità d'uso e i negozi misti con donazione (o "donazioni miste").
La prima categoria ricorre ogni qual volta lo scopo di arricchire una persona è raggiunto dal donante mediante la realizzazione di uno schema contrattuale che abbia una causa (intesa in senso tecnico) diversa da quella tipica della donazione. Un esempio può essere il pagamento di un debito altrui, dato che lo scopo è raggiunto come se al beneficiario fosse stata consegnata la somma di denaro in contanti per soddisfare il suo creditore.
La donazione indiretta deve essere distinta dalla donazione simulata: nella prima, infatti, il negozio apparente è quello effettivamente voluto e concluso, non vi è divergenza tra volontà e dichiarazione e il contratto produce realmente l'effetto dichiarato; nella donazione simulata, invece, il contratto apparente non corrisponde alla vera volontà delle parti, le quali danno parvenza di negozio oneroso alla loro reale volontà di stipulare un contratto gratuito.
Le liberalità d'uso (ex art. 770, comma 2, c.c.), invece, sono quei negozi che, pur avendo una causa identica alle vere e proprie donazioni, sono posti in essere non già quale libera manifestazione del donante, bensì quale consapevole adeguamento del disponente agli usi e ai costumi sociali di quel periodo e luogo, a causa di determinati rapporti o circostanze, come i doni che si usano fare nel periodo natalizio, le mance nei ristoranti o i regali in occasione della promessa di matrimonio (quest'ultima ipotesi, peraltro, è soggetta alla particolare disciplina ex art. 80 c.c.).
Pur configurandosi, in sostanza, l'attribuzione patrimoniale gratuita, viene a mancare l'animus donandi (l'elemento soggettivo) tipico della donazione, poiché la liberalità viene effettuata, appunto, in ragione degli usi, delle condizioni e degli apprezzamenti sopraindicati ed è quindi vincolata, motivo per cui, ai sensi dell'art. 770 c.c., le liberalità d'uso non costituiscono donazione.
I negozi misti con donazione (anche detti negotia mixta cum donatione o donazioni miste), infine, si realizzano ogni qual volta tra il valore delle prestazioni poste a carico dei contraenti sussiste notevole sproporzione e siffatto squilibrio è conosciuto e voluto dalle parti, come avviene in caso di effettuazione di un servizio economicamente molto apprezzabile a fronte di un corrispettivo quasi nullo e nella vendita mista a donazione. Il contratto misto è inteso come contratto unico e, al fine di determinarne la disciplina giuridica, la dottrina fa riferimento a due criteri principali: quello della combinazione, secondo il quale ciascun elemento contrattuale distinto viene regolato dalle norme che gli sono proprie, quello dell'assorbimento, secondo il quale si applica la disciplina del contratto prevalente. Attualmente, parte della dottrina ritiene preferibile il criterio del c.d. assorbimento attenuato, secondo il quale può applicarsi la disciplina del contratto prevalente, unicamente in caso di incompatibilità tra le discipline dei diversi elementi contrattuali.
In tema di liberalità non donative sono utili, infine, delle precisazioni. Innanzitutto, né la creazione né il trasferimento di un titolo di credito a scopo di donazione possono essere ricompresi in siffatta categoria, dato che non viene posta in essere una liberalità mediante negozio avente causa tipica diversa dalla donazione, bensì semplicemente un negozio astratto. Sempre in relazione alle più diffuse operazioni bancarie, anche il trasferimento di un libretto di deposito a risparmio deve inquadrarsi tra le autentiche donazioni, con conseguente applicazione di tutta la disciplina per queste dettata, a differenza delle liberalità non donative, per le quali l'art. 809 c.c. dichiara applicabili solo alcune norme, espressamente indicate (ad esempio le disposizioni relative alla riduzione in favore dei legittimari, ma non quelle in tema di forma ex art. 782 c.c.).
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