Lo Statuto dei Lavoratori (V parte): L'art. 28, repressione della condotta antisindacale

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A cura di: Aldo Carpineti - (Indice della guida)

L’art. 28 garantisce l’applicazione dei diritti di libertà e di attività sindacale predisponendo una norma di diritto processuale che ne tutela in tempi rapidi l’effettività. Nella pratica, i due principi avrebbero infatti scarso valore se non ci fosse il modo di ripristinare in breve tempo la situazione violata a seguito di azioni aziendali che ne comprimono l’efficacia.
Orbene, detto articolo testualmente recita:

"(….) su ricorso degli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali che vi abbiano interesse, il pretore del luogo ove è posto in essere il comportamento denunziato, nei due giorni successivi , convocate, le parti, (….) ordina al datore di lavoro, con decreto motivato, ed immediatamente esecutivo, la cessazione del comportamento illegittimo e la rimozione degli effetti".

Contro il decreto, peraltro, è ammessa, entro 15 giorni, opposizione davanti al pretore in funzione di giudice del lavoro che decide con sentenza immediatamente esecutiva. Posto che l’ufficio del pretore è stato soppresso a decorrere dal 2 giugno 1999 e che le sue attribuzioni sono state spostate ad apposita sezione del Tribunale in funzione monocratica, si discute in quali termini debba configurarsi la legittimazione attiva all’azione. Secondo la versione più accreditata ed ormai pressoché unanimemente accolta, si ritiene che legittimati attivamente (e cioè "gli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali" dell’art. 28) siano i sindacati provinciali di categoria, con automatica esclusione delle rappresentanze sindacali aziendali e delle confederazioni di categoria: i sindacati provinciali tuttavia potranno ben essere messi preventivamente al corrente della situazione reale e sollecitati dai rappresentanti interni all’azienda.

Indispensabile è che il sindacato sia diffuso a livello nazionale, ma sull’individuazione di tale requisito non è presente una giurisprudenza unanime. Solo recentemente (Cass. Sez. Lav. sent. 24.1.2006 n. 1307) ha stabilito che deve essere tenuto conto della attività in concreto svolta dall’associazione sindacale, perché "il mero dato formale delle risultanze dello statuto dell’associazione è di per sé rappresentativo solo di un prefigurato obiettivo o di un’autoqualificazione del sindacato": la diffusione sul territorio nazionale, per la Cassazione, deve dunque essere effettiva e non solamente programmatica. Tale interpretazione ha la finalità di concedere la legittimazione attiva alle sole associazioni che assicurano una sufficiente affidabilità politica, evitando così la possibilità di inopportuni stillicidi procurati dall’iniziativa esageratamente frequente di organizzazioni minori e meno accreditate.

Si è discusso sulla legittimità costituzionale, ai sensi degli artt. 3, 24 e 39 Cost., in quanto alcuni hanno ritenuto che il limitare a pochi soggetti la legittimazione attiva vada contro il principio di uguaglianza, contro quello che riconosce a tutti il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti, e violi la libertà sindacale. Ma la Corte Costituzionale ha fugato tali dubbi affermando che la condizione degli organismi locali che fanno capo ad associazioni nazionali è di per sé impersonante una situazione diversa dalle altre (criterio dell’eguale disciplina per situazioni uguali), mentre agli altri soggetti è sempre riconosciuto il diritto di ricorrere davanti al giudice del lavoro secondo gli artt. 409 e sgg. c.p.c.: si tratterebbe, cioè, di una facoltà "aggiunta" per alcuni, e non incidente sui diritti degli altri che non vengono compressi dal fatto che i loro portatori non rientrino fra i soggetti legittimati.

Nella pratica il termine di due giorni viene dal giudice raramente rispettato, per comprensibili ragioni di organizzazione interna delle proprie priorità funzionali, ed anche, a volte, per la complessità degli accertamenti, tuttavia il procedimento ha luogo normalmente in tempi molto stretti così da assicurarne l’efficacia.
Il decreto è immediatamente esecutivo e consegue l’effetto di rimuovere in azienda il comportamento presente del datore di lavoro e dei suoi più stretti collaboratori, i cui compiti siano da interpretare come collegati direttamente al datore nella conduzione dell’azienda e da imputarsi a lui: il datore infatti è il solo soggetto legittimato passivamente.

Si discute se la richiesta di parte sindacale sia da considerarsi proponibile anche quando il comportamento sia cessato: si ritiene sufficiente, per giurisprudenza costante, che siano ancora presenti nell’ambito aziendale gli effetti del comportamento se non il comportamento vero e proprio. Secondo alcuni autori, ma è opinione non generalizzata, l’intervento del giudice è giustificato persino quando ogni effetto sia cessato, ai soli fini di disincentivazione al ripetersi di condotte illecite e di sanzionamento.

Il comportamento ordinato dal decreto al datore di lavoro potrà essere omissivo, e di conseguenza dovrà essere sospesa immediatamente l’azione illegittima, oppure attivo qualora sia necessario che il datore si prenda concretamente cura di ripristinare le condizioni di legittimità: questa seconda ipotesi è tipica delle situazioni nelle quali, pur non essendo più presente il comportamento illegittimo, tuttavia ne permangano gli effetti.

Se il datore ritenga che l’ordine contenuto nel decreto del magistrato non corrisponda a giusti criteri avrà la possibilità di instaurare davanti al Tribunale stesso, ricorrendo nel termine di quindici giorni, un giudizio corrispondente a quello previsto per le cause di lavoro, secondo il rito abbreviato ed a prevalenza orale, di cui agli artt. 414 e seguenti del codice di procedura civile (non dall’art. 409 e sgg. essendo esclusa tutta la fase conciliativa, che comporterebbe ulteriori aggravi di tempo per l’imprenditore colpito dal decreto, ed anche nella considerazione che la vertenza, allo stato, è lontana da una soluzione pacifica, dati gli atti compiuti). Tale opposizione non sospende l’efficacia del decreto che rimarrà in vigore fino alla pronuncia con cui viene definito il giudizio.

Qualora il datore non ottemperi all’ordine contenuto nel decreto andrà incontro alle sanzioni previste dall’art. 650 c.p., e cioè all’arresto fino a tre mesi o all’ammenda fino a 207 euro.

È possibile che la condotta del datore leda contemporaneamente tanto il diritto alla libertà e attività sindacale quanto i diritti soggettivi di singoli dipendenti (comportamento "plurioffensivo"): in questo caso le due azioni non si congiungeranno, rimanendo attivabili separatamente l’iniziativa atta ad ottenere il decreto e quella, davanti al Tribunale ordinario in funzione di giudice del lavoro ex art. 409, da parte dei dipendenti danneggiati.

L’art. 63 c. 3 del D.Lgs. 165/2001 ha esteso ai dipendenti della pubblica amministrazione il procedimento testé descritto, facendo così venir meno i dubbi circa la esperibilità del Tribunale del lavoro oppure del giudice amministrativo (TAR)

L’art 28, accanto alla volontà di tutelare il diritto alla libertà e all’attività sindacale, esprime specificamente anche la propria tutela per lo "sciopero", la cui disciplina, volta anche questa volta ad assicurarne la libertà piuttosto che a stabilirne una organizzazione, non è altrimenti prevista dallo statuto dei lavoratori, cosicché il diritto allo sciopero rimane, di conseguenza, materia trattata dalla sola previsione dell’art. 40 della Costituzione del 1948. Ma poiché l’argomento richiede una attenzione accurata, e anche considerando che non rientra nella materia statutaria, ne rimandiamo la trattazione ad una specifica prossima occasione.

Negli articoli successivi al 28 lo statuto tratta argomenti che abbiamo visto nei nostri precedenti capitoli o che rivestono una rilevanza pratica minore ai fini della dialettica politico-sindacale datore-dipendente. In conclusione della serie di scritti sulla legge 300/1970 si ritiene invece opportuno fare presente che il termine "statuto", osservato da un punto di vista etimologico o semantico, discende dalla prassi corrente di indicare molte leggi attraverso un "nome proprio" (che richiama altre volte lo stesso ministro proponente o il materiale estensore) ma non conferisce al suo disposto un valore diverso da quello di ogni legge ordinaria, né in senso accrescitivo né in senso diminutivo. Tuttavia gli argomenti, per la loro particolare delicatezza e, soprattutto per i contenuti che sono tipicamente materia di scambio, vengono ad essere oggetto, nella prassi legislativa e delle relazioni industriali, di previa trattativa fra le parti sociali riunite, insieme con i rappresentanti del governo (concertazione o dialogo sociale).


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Aldo Carpineti (www.aldocarpineti.it -  aldocarpineti@aldocarpineti.it)
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