Lo Statuto dei Lavoratori (IV parte): Dell'attività sindacale

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A cura di: Aldo Carpineti - (Indice della guida)

Il titolo III tratta della "attività sindacale", momento dinamico rispetto al precedente titolo che, disciplinando la "libertà sindacale", costituisce la componente preliminarmente dispositiva dello stesso concetto.
Il primo degli articoli che costituiscono detto titolo (art. 19), entrato in vigore con il resto del testo statutario nel maggio 1970, è stato modificato dall’art .1 del D.P.R. 28 luglio 1995 n. 312 emanato a seguito del referendum popolare dell’11 giugno 1995 che aveva abrogato alcune parti del testo originale dell’articolo stesso. Di conseguenza dal luglio ’95 il testo dell’art. 19, come modificato dal referendum e dal D.P.R. citato, suona in questo modo:

"Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva nell’ambito delle associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva. Nell’ambito di aziende con più unità produttive le rappresentanze sindacali possono istituire organi di coordinamento".

Veniva, in sostanza, ad essere messo in disparte il principio della "maggiore rappresentatività sul piano nazionale", togliendo di mezzo la disposizione che concedeva soltanto alle associazioni confederali la potestà di rappresentare l’ambito di riferimento per la costituzione di rappresentanze sindacali; da qui l’allargamento di tale riconoscimento anche a favore delle associazioni sindacali non rientranti in tale ambito, ma che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva. Un intervento che allarga, dunque, la libertà dei lavoratori circa la scelta intorno alla propria rappresentanza.

Tali modifiche al testo originale arrivavano soltanto due anni dopo l’accordo interconfederale del 20.12.1993 (fra CGIL, CISL e UIL) che determinava la costituzione in azienda delle RSU (Rappresentanze Sindacali Unite) in luogo delle RSA (Rappresentanze Sindacali Aziendali): anche il principio che ispira la nascita delle nuove formazioni risponde a criteri di maggiore democraticità e liberalità nelle scelte dei lavoratori ai fini della concessione del proprio mandato sindacale.

Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio i significati di queste tematiche. Dall’epoca in cui ciascun paese assistette, nell’ambito dei propri assetti sociali, ai fenomeni legati alle varie fasi della rivoluzione industriale, si avvertì da parte dei lavoratori l’esigenza di unire le proprie forze nei confronti del preponderante potere economico e gerarchico del datore di lavoro, prima con riferimento ad argomenti come gli orari di lavoro e la riduzione della nocività delle prassi e degli ambienti della fabbrica, segnatamente con riferimento al lavoro delle donne e dei bambini, e successivamente con riguardo ad ogni forma di vivibilità ed accettabilità della vita lavorativa, fino ad arrivare ai più moderni, sofisticati studi intorno all’ergonomia aziendale. Accanto allo svilupparsi di una legislazione in tal senso, si assistette a forme sempre più efficaci di aggregazionismo interno tra il personale per far fronte alle stesse finalità nell’ambito di ogni singola unità produttiva. E’ così che, a partire dal 1919, si affermarono nel nostro paese organismi di parte lavoratrice chiamati "Consigli di fabbrica" che avevano, man mano sempre meno genericamente, la finalità di tutelare gli interessi dei lavoratori all’interno dell’impresa di cui facevano parte. Molto più tardi, e contemporaneamente ai fatti del 1968 e dell’autunno caldo del 1969, tali formazioni di lavoratori, considerate ormai inadeguate alla pluralità e al tecnicismo delle funzioni, venivano sostituite dai Consigli di Fabbrica e dai Delegati, che assumevano un’impronta molto più marcatamente sindacale, tanto da essere riconosciute nel 1972 (due anni dopo lo statuto dei lavoratori) da CGIL, CISL e UIL come "istanza sindacale di base con poteri di contrattazione sui posti di lavoro". Come riferito nelle precedenti righe, nel 1993 le RSA prendono poi l’assetto ad oggi definitivo di RSU, alle quali viene anche delegata la funzione della contrattazione collettiva aziendale, altrimenti detta di secondo livello o integrativa (rispetto al contratto collettivo nazionale).

Oggi le rappresentanze sindacali (aziendali oppure unite) rappresentano una realtà di grande peso nella quotidianità delle aziende, soprattutto quelle di maggiori dimensioni e quelle dei settori manifatturieri dove la presenza sindacale è decisamente più capillare rispetto alle società commerciali e del terziario. Nelle trattative sindacali più complesse le rappresentanze aziendali hanno altresì la possibilità di farsi spalleggiare, se lo ritengano opportuno, dai rappresentanti di livello provinciale che costituiscono la naturale controparte della Confindustria nei suoi assetti territoriali.

L’art. 20 dello statuto introduce un’altro istituto di particolare rilievo: la cosiddetta "assemblea" dei lavoratori, in virtù del quale i dipendenti dell’azienda hanno diritto di riunirsi al di fuori dell’orario di lavoro, ma all’interno dell’unità produttiva. Nell’ambito dell’orario di lavoro, inoltre, sono riconosciute dieci ore annue di assemblea retribuita, e il numero delle ore può crescere a seconda di quanto previsto dalla contrattazione collettiva. In occasione dell’assemblea i lavoratori avranno la possibilità di essere informati e di dibattere su argomenti di contenuto sindacale e del lavoro relativi all’azienda o di valore generale. Le rappresentanze sindacali possono far partecipare alle assemblee, previo preavviso al datore di lavoro, dirigenti esterni del sindacato. Sempre a proposito dell’assemblea, di solito i contratti integrativi prevedono più nel dettaglio le modalità applicative.

Per l’art. 21 il datore deve consentire che, al di fuori dell’orario di lavoro, fra i lavoratori si possano svolgere referendum su materie sindacali, a partecipazione generale o per categoria: tutti i lavoratori appartenenti all’unità produttiva e alla categoria hanno diritto di parteciparvi.

Segnatamente l’art. 22 prevede tutele per i lavoratori facenti parte delle rappresentanze sindacali aziendali; ma in altre norme dello statuto è diluita una disciplina che ha una doppia finalità: da una parte quella di consentire, nella pratica, agli organi stessi la propria attività istituzionale, dall’altra quella di evitare che possano essere portate, da datori di lavoro poco corretti, operazioni tendenti a danneggiare il rappresentante sindacale, come soggetto maggiormente a rischio di ritorsioni.

Così, si è visto che l’art. 18 stabilisce una particolare procedura per il reintegro dei rappresentanti sindacali nel posto di lavoro a seguito di illegittimo licenziamento. L’Art 22 stabilisce altresì tutele riguardo ai trasferimenti, estese per periodi variabili dopo la cessazione dalla carica.

L’art. 23 disciplina i "permessi sindacali" retribuiti, così come devono essere concessi ai rappresentanti sindacali a loro richiesta entro quantitativi di ore derivanti da conteggi effettuati in base al numero dei dipendenti in forza all’unità produttiva. Nelle aziende di maggiori dimensioni e con organici cospicui, avviene abitualmente che alcuni delegati abbiano la possibilità, derivante dalle proporzioni fra numero dei dipendenti e ore assegnate, di essere "distaccati"per tutta la giornata e per tutto il periodo in cui rimangono in carica nella loro funzione: lo stesso art. 23 stabilisce i criteri di conteggio. E’ opinione unanime che i permessi retribuiti non possano essere negati ai rappresentanti sindacali dal datore di lavoro neppure per ragioni attinenti all’organizzazione dell’azienda, e questi non possa sindacare per quali finalità vengano utilizzati. Per il successivo art. 24 i dirigenti sindacali aziendali hanno anche diritto a permessi non retribuiti per la partecipazione a trattative sindacali o a congressi e convegni di natura sindacale, in misura non inferiore a otto giorni l’anno, e stabilisce le modalità di richiesta di tali permessi.

Per l’art 25 il datore di lavoro deve mettere a disposizione delle rappresentanze una bacheca o spazio murale simile ove si possano affiggere comunicati, inviti, pareri e quanto altro sia ritenuto opportuno nell’ambito dell’esercizio delle funzioni sindacali, mentre l’art 26 ammette che i lavoratori raccolgano i contributi e svolgano opera di proselitismo sindacale durante le ore di lavoro, purché non rechino intralcio all’organizzazione aziendale.

Nelle aziende con almeno 200 dipendenti (art. 27) le rappresentanze hanno diritto di disporre, all’interno dell’unità produttiva, di appositi locali dove possano riunirsi. In quelle con meno di 200 dipendenti hanno diritto di usufruire, ove ne facciano richiesta, di un locale idoneo per le loro riunioni. In passato è stato a lungo dibattuto se i locali debbano essere separati per ciascuna confederazione: i datori di lavoro più lungimiranti e che potevano disporre di ampi e diversi spazi hanno risolto il problema in senso affermativo.

E’ senz’altro da ritenere che la normativa testé commentata non sia frutto dell’intento del legislatore di disciplinare l’attività sindacale, bensì di rendere in concreto possibile la sua espressione, eliminando gli eventuali ostacoli ritenuti illegittimi; del resto il principio è in linea con la volontà di "autodeterminazione" che è sempre stata una caratteristica concessa ai sindacati nei limiti della riconosciuta congruità delle loro scelte di strategia organizzativa interna.


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Aldo Carpineti (www.aldocarpineti.it -  aldocarpineti@aldocarpineti.it)
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