Il lavoro minorile e delle donne

Seguici su Facebook e su G. Plus

A cura di: Aldo Carpineti - (Indice della guida)

L’argomento ha rappresentato una delle maggiori motivazioni delle rivendicazioni dei lavoratori e dei movimenti sindacali all’inizio del secolo scorso, nella considerazione della minore resistenza al lavoro e alle fatiche dei fanciulli e dei ragazzi nonché della particolare funzione che la donna riveste nell’ambito della famiglia, con tutte le implicazioni per le suddivisioni dei tempi da dedicare all’una e all’altra istituzione sociale; e per l’esigenza, via via sempre più sentita come necessaria, di assicurare alla donna lavoratrice un trattamento eguale, a parità di lavoro, a quello dell’uomo. Le prime leggi che si occupano di questi temi delicati risalgono perciò al lontano 1934; tuttavia una disciplina omogenea e basilare è stata data con la legge 17.10.1967 n. 977 dopo che la Costituzione del 1948 ha ribadito che (art. 37) "la Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme" e che "la legge stabilisce il limite d’età per il lavoro salariato" ed altresì che l’impegno lavorativo deve consentire alla lavoratrice "l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione"; l’art. 37 prosegue, ricollegandosi funzionalmente all’art. 3 (principio di uguaglianza) affermando che "la Repubblica tutela il lavoro dei minori…. e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità della retribuzione" e che "la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore".

La materia è stata poi modificata ed integrata, rispetto alla 977/67 dai D.Lgs. 4.8.1999 n.345 e 18.8.2000 n. 262 nonché dalla recente legge 27.12.2006 n. 296 (finanziaria 2007). In virtù delle precedente disciplina il limite minimo di età per lavorare era stabilito al compimento dei 15 anni; oggi, per la finanziaria 2007, l’obbligo scolastico è stato elevato fino a 16 anni e con questo anche il limite iniziale per essere adibito a lavoro salariato. Condizioni particolari sono previste per i giovani lavoratori dello spettacolo e per attività di carattere culturale, artistico, sportivo o pubblicitario. Un secondo criterio è parametrato agli anni diciotto: al di sotto di questo limite di età la legge vieta determinate lavorazioni che ritiene nocive per il corretto sviluppo psicofisico del dell’adolescente.

Fra gli altri, sono vietati all’adolescente i lavori di fabbricazione e manipolazione di dispositivi ordigni e oggetti diversi contenenti esplosivi; lavori di mattatoio; lavori comportanti la manipolazione di apparecchiature di produzione, immagazzinamento o di impiego di gas; lavori edili di demolizione, allestimento e smontaggio delle armature esterne o interne delle costruzioni; lavorazioni nelle fonderie; processi elettrolitici, produzione dei metalli ferrosi e non ferrosi e loro leghe; produzione e lavorazione dello zolfo; lavorazione in gallerie, cave, miniere, torbiere e industria estrattiva in genere; lavorazione dei tabacchi; lavorazioni che espongono a rischio silicotigeno.

Ogni datore di lavoro che adibisca minori al lavoro nella propria impresa deve aver provveduto ex D. Lgs. 626/94, agli adempimenti relativi alla "valutazione del rischio". E a tal fine vanno tenute presenti, nello specifico, le caratteristiche psicologiche e fisiche dei ragazzi occupati.

Una disciplina particolare è prevista per i minori in materia di orario di lavoro giornaliero, di riposo settimanale, di ferie annuali, di pause giornaliere e dispone il divieto di lavoro notturno.

Per la lavoratrice madre è previsto come obbligatorio il congedo di maternità a partire dai due mesi prima della data presunta del parto e tre mesi dopo l’avvenuta nascita del figlio: la norma mira evidentemente tanto alla tutela delle puerpera quanto a quella dal bimbo. A vantaggio del nascituro deve intendersi il diritto al congedo di paternità che spetta al lavoratore padre negli stessi termini di tempo in caso di morte o di grave infermità della madre o di abbandono o affidamento esclusivo del bambino al padre.

Il periodo di astensione obbligatoria può essere spostato dalla Direzione Provinciale per il Lavoro anche su istanza della lavoratrice fino a 7 mesi avuto riguardo alle particolari condizioni nelle quali il lavoro della donna avviene. Piuttosto che due mesi prima e tre mesi dopo la lavoratrice può preferire i tempi di un mese prima e quattro mesi dopo, effettuati i dovuti rilievi medico legali che attestino l’assenza di controindicazioni.

Durante il periodo di gravidanza e fino a sette mesi di età del figlio le lavoratrici che abbiano denunciato il proprio stato al datore di lavoro non debbono essere adibite a spostamento di pesi, né a lavori pericolosi, faticosi ed insalubri: per questo periodo la lavoratrice che effettui abitualmente tali lavori deve essere spostata ad altre mansioni, con mantenimento della retribuzione anche se dette mansioni siano inferiori. Alla donna in gravidanza sono poi riconosciuti permessi per esami e visite mediche. La donna gode del divieto al licenziamento dall’inizio della gravidanza fino al termine del periodo di congedo obbligatorio. Le dimissioni devono essere convalidate dagli appositi servizi della Direzione Provinciale del Lavoro.

Nei primi 8 anni di vita del bambino è inoltre prevista la possibilità di ottenere permessi non retribuiti per complessivi 10 mesi da parte della madre o del padre in alternativa.


Aldo Carpineti (www.aldocarpineti.it -  aldocarpineti@aldocarpineti.it)
Print Friendly Version of this pagePrint Get a PDF version of this webpagePDF
Arricchisci questa guida con un tuo commento:
blog comments powered by Disqus
Newsletter f g+ t in Rss