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L'ombra del dubbio: quando il caso limite mette in crisi il sistema giudiziario

La giustizia è l'unico ideale di cui si possa affermare con certezza che non si realizzerà mai (Cioran)
Rappresentazione simbolica di un dubbio in ambito legale

di Roberto Cataldi - La contraddizione sembra essere implicita a qualsiasi dichiarazione di principio: la giustizia, le regole morali e le stesse leggi dello Stato, in quanto emblemi di una collettività di opinioni e di credenze, non possono che risultare "imperfette" e soggette al cambiamento. Ed ogni tentativo di voler fissare un punto comune e incontrovertibile, capace di resistere ostinatamente al tempo e al divenire, non può che mostrarsi fallimentare.

Dobbiamo arrenderci, dunque, all'evidenza che non ci sono principi assoluti e immutabili nel tempo. Soprattutto nel mondo del diritto. Anzi, la stessa rigidità di alcune leggi e di alcuni valori non può che porsi in contrasto con la naturale ed inevitabile trasformazione del mondo e della coscienza sociale.

Nonostante sia naturale voler difendere principi di giustizia che si ritengono consolidati, il dubbio sulla loro validità deve considerarsi l'unica vera certezza all'interno delle aule dei tribunali.

E, ancora una volta, la più lucida metafora di questa contraddittorietà interna al sistema ci viene data da un non addetto ai lavori. Mi riferisco ad Alfred Hitchcock che a pochi anni dalla produzione del legal thriller "L'ombra del dubbio" (a cui ho voluto dedicare il titolo di questo articolo), diresse il film intitolato Il caso Paradine, tratto dall'omonimo romanzo di Robert Hichens.

La trama si snoda attraverso una vicenda giudiziaria apparentemente lineare: l'abile avvocato Anthony Keane assume la difesa di una giovane vedova accusata d'aver ucciso l'anziano marito (il colonnello Paradine). Colpito dalla bellezza dell'imputata, Keane se ne innamora perdutamente e, pur di sottrarla alla condanna, si adopera a costruire un teorema giuridico credibile che finisce però per inchiodare un innocente.

Non si tratta, come potrebbe sembrare, della storia di una fede pervicacemente seguita al di là dell'effettiva verità dei fatti. Tutt'altro: la pellicola è la narrazione di una progressiva trasformazione di ciò che inizialmente era una semplice convinzione razionale in una vera e propria seduzione sensuale, che conduce Keane a non vedere la colpevolezza inoppugnabile della sua cliente.

Non è la prima volta che il cinema e la letteratura ci pongono di fronte ai paradossi e alle contraddizioni del mondo giudiziario e alle sue inevitabili ambiguità: l'austero e irreprensibile ispettore Javert, ne I Miserabili di Victor Hugo, si toglie la vita quando si accorge che la legge lo aveva portato a perseguitare un uomo giusto. L'avvocato Sam Bowden, del film Cape Fear di Martin Scorsese, tradisce il suo cliente, che era stato autore di una brutale violenza ai danni di una sedicenne. Il perfido governatore Angelo, del dramma shakespeariano Measure for measure, infligge una condanna a morte a chi aveva sedotto una fanciulla, quando lui stesso abuserà della sorella del condannato.

I tribunali, lo sappiamo, si differenziano profondamente dalla finzione cinematografica, ma non sfuggono di certo - nella realtà di tutti i giorni - alle dinamiche della contraddizione e dell'ambiguità.

Come nel film di Hitchcock, spesso il luogo comune più ricorrente nella rappresentazione dell'universo forense è, appunto, quello di un ambiente fatto di personaggi dalla morale machiavellica. Dotati di una magistrale immunità da scrupoli e risentimenti. Nel comune sentire, la nostra professione viene percepita come uno strumento attraverso il quale tutto è concesso, per cui il modo e i mezzi del nostro agire non dovrebbero costituire più un interrogativo morale. 

Lo scopo ultimo di un avvocato è dunque vincere la causa? Se così fosse, finiremmo tutti per essere "degnamente" considerati una compagine di "azzeccagarbugli", sempre pronti a far passare dalla parte della ragione coloro che sono nel torto e viceversa.

Ma per fortuna non è così. O non sempre. Un vero Avvocato sa bene quanto sia importante la componente umana e quanto risulti indispensabile riuscire a calarsi nei panni del proprio cliente per comprendere le sue ragioni e i limiti alle sue ragioni.

Effettivamente, una delle prime cose che vorrebbero insegnarci quando infiliamo per la prima volta una toga è di mettere da parte la nostra coscienza. Ma se così facessimo correremmo davvero il rischio di somigliare un po' troppo a quegli avvocati robot che tanto preoccupano il mondo dell'avvocatura. Paura di essere scalzati via da delle macchine? Direi proprio di no! E' proprio lo spessore umano di un avvocato che lo rende unico e lo distingue dalla gelida aridità di un robot. 

Quando si adotta un approccio soltanto tecnico e strumentale all'esperienza legale si finisce per inaridire la propria anima e ci si lascia assuefare a un modus operandi segnato dall'indifferenza e da un atteggiamento acritico di fronte a ogni vicissitudine, che quotidianamente ci si propone con tutta la sua inevitabile carica di umanità. Si rischia, così, di ridurre l'esperienza processuale a una banale questione di norme invece che a una ricerca effettiva di giustizia. 

E così il formalismo processuale finisce con il generare confusione tra l'idea di giustizia e quella di legalità ingabbiando la prima in un labirinto di tecnicismi che si snodano attraverso l'estenuante ricerca acritica di una soluzione che sia solo "formalmente" legale. Ma in questo modo la legge, astraendosi dal reale, rischia di disumanizzare le coscienze e di renderle, in qualche modo, impermeabili alla vita; e noi, professionisti del diritto, subiamo il peso di questa separazione tra ciò che la norma propone come "giusto" e ciò che invece ci suggerisce il nostro mondo interno.

Certo, può apparire un'eresia parlare di una "legge del cuore", specie se queste parole provengono da un avvocato. Eppure è proprio così: il nostro cuore, talvolta, percepisce il senso della giustizia in modo migliore di quanto non possano fare le leggi e di quanto non sappia fare la pura razionalità.

Purtroppo la convinzione dominante è che la vera giustizia sia solo un'idea astratta. Una convinzione avallata dalla considerazione che "tanto le leggi non le facciamo noi". Ma è lecito affidarsi acriticamente a un sistema, palesemente compromesso, o non dovremmo piuttosto fare del nostro mestiere anche la nostra arte?

E' vero che le leggi non le facciamo noi, ma sul campo di battaglia siamo noi a doverci scendere. Anche mettendo in discussione la validità di alcuni principi normativi, quando entrano in conflitto con la nostra coscienza.

D'accordo non è facile scendere in un campo che prevede sempre "schieramenti" così netti e decisi. Ma, quando si entra nel vivo, con la consapevolezza di quanto tutto questo possa costare in termini di coscienza individuale, è naturale chiedersi se sia possibile dire "basta" a questa sorta di "schizofrenia" della legalità.  Forse ognuno di noi dovrebbe abbandonare la regola dell'abitudine cercando di colmare quella voragine che ci distanzia pericolosamente dai veri protagonisti di un processo: i cittadini. E' in loro che risiede quel nodo inestricabile di umanità e di diritto che emerge quando diventano gli attori di una controversia legale.

Probabilmente la routine quotidiana ci ha coperto gli occhi ed ecco, allora, che il "caso limite" può assolvere alla funzione di detonatore della coscienza: è proprio quando compare "l'ombra del dubbio", quando le nostre certezze cominciano a vacillare, che riusciamo finalmente a porci un problema etico e intellettuale sul senso delle nostre scelte.

Tornando alla vicenda della signora Paradine, verrebbe da chiedersi se sia giusto, pur di salvare il proprio cliente, correre il rischio che le sue colpe ricadano su un innocente, facendo propria la cieca osservanza del precetto per cui un buon avvocato deve essere adatto per tutte le stagioni.

Stando alle regole deontologiche di certo, dovremmo fare il possibile per difendere il nostro assistito, senza curarci troppo delle sorti altrui. Ma se diamo ascolto alla voce del cuore, ci accorgiamo che la questione può assumere valenze diametralmente opposte. E questa contraddizione ci fa sentire smarriti: da un lato non possiamo tradire le regole della deontologia forense (né infrangere quel patto che ci lega al cliente); dall'altro sappiamo che così facendo un innocente rischierà la condanna e noi avremo commesso un crimine contro quei principi non scritti di giustizia che risiedono nel profondo della nostra anima.

Qual è dunque il messaggio di Hitchcock quando ci mette di fronte a questo dilemma. Forse il suo è un modo per dirci che il diritto vive nell'ambiguità, si nutre di contraddittorietà. Sta a noi saperci giostrare nell'impossibile, entrare a vivere in quest'universo dai contorni indefiniti, sapendo bene che le scelte non sempre possono essere catalogate e che non si può avere una certezza assoluta su ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Ammettiamo dunque la sconfitta: i casi limite ci pongono di fronte a dilemmi che potrebbero restare irrisolti. Ma è proprio questo il punto: occorre abbandonare quella presunzione di giustizia assoluta che abbiamo voluto assegnare al vasto mondo del diritto e riacquisire la consapevolezza che i valori della giustizia sono in continua e ininterrotta trasformazione. La legge è solo una illusione di giustizia. Essa non potrà mai garantire una volta per tutte il mantenimento di un principio ideale e questo perché il valore "giustizia" dovrà rimanere sempre una meta, un obiettivo che ci sfugge in continuazione e per il quale la norma non è altro che il tentativo di codificare ciò che per sua natura è incodificabile.

Non si tratta di mettere in discussione il fondamento stesso del nostro ordinamento giuridico o, peggio ancora, il ruolo e la funzione dell'avvocato, ma di ridisegnarne i contorni e aprire lo sguardo verso orizzonti più ampi di quelli che possono riservarci le anguste mura delle aule dei tribunali.

Il problema storico, e ancora attuale, del mondo del diritto è forse quello di essere stato troppo spesso lontano dalle reali esigenze di giustizia, che riescono a manifestarsi maggiormente nelle coscienze degli uomini, piuttosto che nei manuali di diritto. Dobbiamo allora imparare a calarci nelle situazioni reali, imparare a confrontarci con il vasto mondo dei sentimenti e delle emozioni che possono illuminarci più di qualsiasi teoria accademica: perché laddove la sola razionalità non ci fa vedere oltre la punta del nostro naso, la nostra sensibilità può aprire squarci improvvisi, aggiungendo alle nostre scelte una consapevolezza improntata soprattutto al buon senso.

Ciascuno di noi, prima di entrare in aula, dovrebbe riflettere non solo sul senso della sua professione anche al costo di ridefinire radicalmente il sistema delle proprie priorità.

Nel caso di Paradine, l'uomo ingiustamente accusato da Keane si toglie la vita, ma questo evento drammatico non è servito a illuminare la coscienza del giudice e degli avvocati. Sarà invece l'imputata, la giovane e bella signora Paradine, a confessare d'aver ucciso il marito e a porre fine allo scandalo di un procedimento che, nonostante tutto, si stava svolgendo all'insegna della legalità.

La giustizia in questo caso non si è fatta avanti attraverso il mondo del diritto, ma attraverso la figura di un'affascinante "dark lady": una donna che con quel mondo si stava confrontando per la prima volta e che, per questo, era rimasta estranea alla perversione tipica della logica giudiziaria. E' paradossale che Hitchcock scelga di far incarnare la voce della coscienza a un'omicida, che tuttavia dal fondo oscuro della sua anima, benché macchiata dall'ombra del delitto, ha saputo impartire una lezione di altissima sensibilità giudiziaria persino al suo infatuato difensore.

Forse è stato proprio grazie a questa sua estraneità che la vedova Paradine ha potuto trovare il coraggio di ascoltare la sua anima e di comprendere, al temine della sua intricata vicenda, l'orrore cui l'avrebbe condotta un normale e legale iter giudiziario.

E per concludere vorrei richiamare l'attenzione su un'affermazione all'apparenza sconvolgente del filosofo Emil Cioran:

Colui che, […] sull'esempio del redattore della Genesi, è restio ad associare l'età dell'oro al divenire […] sa che la giustizia è un'impossibilità materiale, un grandioso nonsenso, l'unico ideale di cui si possa affermare con certezza che non si realizzerà mai, e contro il quale la natura e la società sembrano aver mobilitato tutte le loro leggi".

Non credo che l'associazione tra la Genesi biblica e la Giustizia sia casuale. Il limite dell'una come dell'altra è quello di non voler prendere consapevolezza che non si può coniugare "l'età dell'oro" sempre al passato. Gli uomini cambiano, le società e le consuetudini si trasformano e i principi devono mantenersi elastici, mobili, aperti al dubbio e al cambiamento. Bisogna tendere al "principio", muoversi verso di esso e non cristallizzarlo in una forma morta che, fin troppo spesso, finisce per mostrarsi inadeguata.



(27/03/2017 - Roberto Cataldi) Foto: 123rf
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