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Falsità materiale del pubblico ufficiale

Disciplina dell'art. 476 c.p., fattispecie e posizione giurisprudenziale
lente ingrandimento che evidenzia parola falso

Avv. Daniele Paolanti - Il delitto di falso materiale commesso da un pubblico ufficiale è una fattispecie prevista e punita dall'art. 476 c.p. il quale dispone che "Il pubblico ufficiale, che, nell'esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, è punito con la reclusione da uno a sei anni. Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni". Si tratta di un reato qualificato, che può essere compiuto solo da alcune categorie di soggetti (i pubblici ufficiali) i quali nello svolgimento delle loro funzioni producono un atto falso ovvero alterano un atto vero.

La fattispecie

In materia di falsità materiale la legge si premura di tutelare quel bene giuridico meritevole di tutela, l'atto pubblico, non solo per il valore probatorio del medesimo ma finanche per la tutela della fede pubblica. Come sopra esposto interesse giuridico protetto è l'atto pubblico, ma parte della giurisprudenza lo qualifica come reato plurioffensivo. Per quanto riguarda la qualifica di pubblico ufficiale e la perimetrazione dell'espressione "ambito delle sue funzioni" si deve fare riferimento a quelle attività del pubblico ufficiale che hanno ad oggetto il suo ambito di competenza funzionale. In un celeberrimo precedente giurisprudenziale, per definire il concetto di "ambito delle sue funzioni" si è rilevato che a questa espressione non deve essere attribuito un significato specifico ma quello generico di ambito dell'esercizio delle sue funzioni sicché, ai fini della configurazione, è sufficiente che la contraffazione e/o l'alterazione avvengano in occasione di tale esercizio e che l'atto alterato o contraffatto rientri, per la sua natura, nella competenza del pubblico ufficiale, non assumendo rilievo alcuno il momento in cui detti atti siano posti in essere (Cass. Pen. Sez. V, n. 8263/1992). Elemento soggettivo necessario affinché sorga responsabilità penale è il dolo generico, che si sostanzia nella consapevolezza della "immutatio veri", a nulla rilevando la contestuale presenza dell'animus nocendi vel decipiendi. Sul punto la Corte di Cassazione ha ammesso che "Il delitto di falso materiale in atto pubblico (art. 476c.p.) è punito a titolo di dolo generico. Per la configurabilità dell'elemento soggettivo è sufficiente la sola coscienza e volontà dell'alterazione del vero, indipendentemente dallo scopo che l'agente si sia proposto, e anche se sia in corso nella falsità per ignoranza e per errore, cagionato da una prassi o per rimediare a un precedente errore, con la convinzione di non produrre alcun danno (cfr. Cass. Sez. V,17.11.1998, Marino, RIV 212723)" (Cass. Pen., sez. V, n. 6900/2000).

La posizione della giurisprudenza

Di particolare pregio è quella posizione della giurisprudenza che definisce il concetto di atto pubblico rilevante ai fini della configurazione del reato. Infatti la Suprema Corte è pervenuta ad ammettere che "la natura di documenti dotati di fede privilegiata va riconosciuta a "quei documenti, o meglio a quei contenuti documentati, che - in quanto emessi da pubblico ufficiale autorizzato dalla legge, da regolamenti oppure dall'ordinamento interno della pubblica amministrazione ad attribuire all'atto medesimo pubblica fede - presentino i requisiti dell'attestazione da parte del pubblico ufficiale, de visu o de auditu, di fatti giuridicamente rilevanti e della formazione dell'atto nell'esercizio del potere di pubblica certificazione" (Sez. 1, n. 37097 del 21/09/2011 - dep. 14/10/2011, Confl. comp. in proc. Targhetti e altri, Rv. 250832)" (Cassazione penale, sez. V, 05/02/2016, (ud. 05/02/2016, dep.01/03/2016), n. 8358). Stando alla citata pronuncia, quindi, la pubblica fede va riconosciuta a quei documenti che, emessi da un pubblico ufficiale ne presentino l'attestazione, da parte di questi, di fatti giuridicamente rilevanti e dell'avvenuta formazione dell'atto nell'esercizio del potere di pubblica certificazione. Prosegue la Suprema Corte nella medesima pronuncia asserendo che "non basta a rendere l'atto facente fede "fino a querela di falso" la circostanza che esso provenga da pubblico ufficiale investito di potestà certificatrice, ma occorre anche che esso abbia un suo particolare contenuto concernente "l'opera propria del pubblico ufficiale", ovverossia quanto da lui attestato come fatto, rilevato od avvenuto in sua presenza (Sez. 5, n. 4568 del 24/03/1972, Garbo) o quanto da lui attestato in relazione a constatazioni o accertamenti che era in sua facoltà e nella sua discrezionalità eseguire (Sez. 3, n. 5471 del 17.3.1987, Rapetti, Rv. 175868". 

Per approfondimenti, leggi anche: 

La nozione di pubblico ufficiale

- Guide di diritto penale


Daniele PaolantiDaniele Paolanti - profilo e articoli
E-mail: daniele.paolanti@gmail.com Tel: 340.2900464
Vincitore del concorso di ammissione al Dottorato di Ricerca svolge attività di assistenza alla didattica.
(25/11/2016 - Avv.Daniele Paolanti) Foto: 123rf.com
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