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Il 'mestiere' dell'avvocato

Lettera aperta a un collega immaginario
Scrivania con libri e calamaio

E' a te che scrivo, caro collega, perché anche tu da un po' di tempo ti sei lanciato con entusiasmo in questo difficile e intrigante "mestiere".

Immagino che questa parola ti farà 'storcere il naso' perché siamo abituati a rapportarla alla sua accezione ottocentesca di attività a scopo di lucro, ma mi riferisco - nel chiamarla in causa - a quel senso molto più nobile che aveva nel passato: ossia di competenza frutto di esperienza e di pratica.

Un qualcosa che simbolicamente ha più a che fare con la "manualità", con il maneggiare con perizia uno strumento, che non con la conoscenza astratta di una teoria. E su questo terreno dovremmo accordarci subito, perché so bene quanto ti sei prodigato nell'incessante ricerca degli strumenti più adatti a rendere efficace la tua azione.

La "gavetta" per noi non è stata certo delle più semplici, anzi, abbiamo dovuto imparare sulla nostra pelle che "seguir virtute e conoscenza", specialmente le proprie, richiede sacrifici enormi. Quanta fatica e quanti ostacoli per far sentire la nostra voce in quel tumulto di grida in cui la verità non si sa più che vesti abbia assunto.

Certo c'è sempre la toga a far da pilastro del vero, ma sotto di essa… La sacralità di un simbolo si sostanzia nell'uso che se ne fa e l'inaridimento dei valori è ciò da cui ci dobbiamo guardare.

Ricordi i nostri primi anni?

Tutti avevano qualcosa da insegnarci e in molti hanno tentato di "venderci" le loro regole del gioco, le loro abusate strategie come fossero l'unico modo per essere competitivi. E' stata un'iniziazione, forse inevitabile. Ci hanno detto, e lo faranno ancora, che un bravo avvocato deve imporsi con la forza, che la sua grandezza si misura dalla sua veemenza, dalla sua passione, che occorre avere una voce possente per farsi ascoltare. Ci hanno detto pure che siamo in un'arena in cui vige la regola del "vinca il migliore", che occorre furbizia per districarsi tra i lacci e i lacciuoli delle mille regole legali, che non si debbono avere scrupoli per esser pronti a sostenere ogni tesi, anche la più impossibile.

Tutto questo a molti è parso normale e accettabile e per questo non sono pochi coloro che hanno accettato questo processo di acculturazione che li ha resi "uguali" gli uni con gli altri. Ciascuno è diventato semplicemente uno dei tanti, perfettamente replicabile, uno che perpetua codici e comportamenti già dati senza mai metterli in discussione.

Forse è vero: in un tribunale il detto hobbesiano "Homo homini lupus" trova la sua più concreta dimostrazione e la competizione professionale, divenuta lo scopo primario di ogni azione, ha offuscato le menti al punto che non si è più in grado di comprendere la funzione sociale della nostra professione. Se le cose stanno così, mi dirai, perché prendersela tanto? Non siamo noi a dettare le regole! E' vero, non siamo noi.

Ma questo non può e non deve indurci all'immobilismo e alla rassegnazione. Il mondo in cui viviamo ha fatto dell'omologazione il metro di giudizio di ogni valutazione sociale. I suoi parametri sono facilmente riscontrabili nei luoghi comuni, nel conservatorismo imperante, nella frenesia del "fare" fine a se stesso.

L'individuo non trova più spazio se rifiuta di accettare i codici del vivere collettivo. Di certo una qualche rinuncia è pur sempre necessaria. Hobbes e Rousseau non sono i soli a sostenere che vivere nel sociale comporta una certa dose di rinuncia alle aspirazioni individuali. Il problema però è come far sì che questa rinuncia non finisca per annientare del tutto le esigenze del singolo.

Oggi, individuo e società vivono mondi e realtà separate, tanto sono distanti aspettative e bisogni reciproci; danno quasi l'idea di non sfiorarsi, di non incontrarsi mai, se non nel forsennato "zapping" di modelli, fedi e credenze indossate a seconda dello "spettacolo" in cartello.

Cosa resta allora di un uomo? Cosa della sua personale coscienza?

Ci sono voluti anni, è vero, ma alla fine ho capito che in primo luogo bisogna contare su se stessi, sulle proprie "tavole dei valori", pur nella consapevolezza che queste non sempre coincidono con quelle collettivamente sancite. E allora, mio caro collega, dobbiamo in qualche modo dimenticare ciò che per anni ci è stato insegnato come eterno e immutabile. Nella realtà, ogni avvocato ha un suo "metodo" per gestire una lite e per convincere delle sue ragioni: un "metodo" personale e non esportabile...

Come scriveva Goethe nel Faust, 'quanto di meglio conosci non potrai mai insegnarlo al tuo allievo'. Questo perché ogni uomo ha un suo modo di vedere le cose, una visione del mondo, una "weltanschauung" a cui non può e non deve rinunciare.

E' l'esperienza - intesa come modo di esperire e di sentire le cose - che ci forma, non la teoria. Quest'ultima ci fornisce soltanto gli strumenti, di certo indispensabili, ma come usarli lo impariamo sulla nostra pelle e, purtroppo, almeno quando siamo alle 'prime armi', su quella degli altri. Non voglio in tal modo avallare una posizione solipsista, anzi, ritengo sempre necessario il confronto con l'altro, perché anche le nostre idee vanno sempre messe in discussione. Altra cosa è però la ricezione acritica di regole e comportamenti che la nostra stessa coscienza fatica a comprendere. Detto così può apparire tutto molto semplice, ma il pericolo incombe e non solo per noi.

Chi rinuncia a se stesso, chi si lascia irretire, riceverà lodi e apprezzamenti, sarà omaggiato di ogni galanteria. Se sono i complimenti e gli ipocriti salamelecchi a interessarci (ma non credo) questa è la strada migliore per assicurarsene in gran quantità. Ma quale prezzo si dovrà pagare? Quanto ci si dovrà piegare, annientare, sottomettersi?

Nessuna moneta potrà ripagarci dell'innocenza perduta, di quella capacità di vedere le cose in modo unico, personale e irripetibile. Allora caro collega, avere esperienza professionale non significherà aver importato un modo di essere preconfezionato, significherà aver valorizzato il "nostro modo", un modo arricchito anche dal confronto. Sappiamo entrambi quanto sia facile per chi ha a che fare con le leggi dimenticare la dimensione umana. Occorre allora tenerla sempre al centro del nostro interesse per non lasciarla inaridire. Anche perché laddove la norma fallisce, è un essere umano a pagare, non un principio.

Del resto nessuno può insegnarci ciò che è giusto e ciò che non lo è; anche di fronte a un'evidenza normativa è il nostro cuore, in primo luogo a farci gridare: "è un'ingiustizia". E la questione qui si fa sottile: discernere il giusto dall'ingiusto non è cosa da poco. Certamente non possiamo fidarci di quella che oggi ci viene contrabbandata per giustizia e, se osservi senza pregiudizi e con occhi innocenti ciò che accade nelle aule dei tribunali, non avrai difficoltà a rendertene conto personalmente. Purtroppo oggi assistere a un processo non è affatto un esercizio educativo, poiché si bada sempre meno all'essenza delle cose, all'esigenza di una giustizia reale e sostanziale di chi si trova, suo malgrado, a dover fare i conti con la legge.

Ogni volta che un avvocato si agita, grida, si altera, quasi fosse protagonista (inconsapevole?) di una recitazione teatrale un po' démodé, farcita com'è di retorica e arcaismi linguistici, dobbiamo dubitare della sua professionalità. E' vero, molti penseranno l'esatto contrario, come se quello sia il modo migliore di intendere la professione, un modo per dimostrare la propria fermezza, la propria superiorità.

Eppure come aveva scritto Piero Calamandrei un grande avvocato "è quell'avvocato che parla lo stretto necessario, che scrive chiaro e conciso, che non ingombra l'udienza con la sua invadente personalità, che non annoia i giudici con la sua prolissità e non li mette in sospetto con la sua sottigliezza: proprio il contrario, dunque, di quello che certo pubblico intende per 'grande avvocato'".

L'esperienza ci ha insegnato che non vince una causa chi grida di più. Vince il buon senso, la ragionevolezza, la sincerità: tutto il resto è destinato a tramontare. In questi anni credo di aver imparato poche cose che però ritengo essenziali. Una di queste è proprio l'inutilità degl'impeti di collera che tanto piacciono a taluni clienti.

Forse non tutti sanno che un vero professionista nel rapporto con il cliente deve imparare a gestire due momenti fondamentali. Il primo è quello dell'empatia, che è indispensabile affinché si possa instaurare un vero rapporto di fiducia: è il momento in cui cerchiamo di comprendere le ragioni del nostro cliente, di capirlo, in una parola di calarci nei suoi panni. Questo è molto importante, giacché se non siamo convinti nel profondo del nostro cuore delle sue ragioni non potremo difendere con successo la sua tesi.

Il secondo momento è quello del distacco: una presa delle distanze che ci consente di vedere le cose e di agire con lucidità e senza quell'animosità che potrebbe impedirci una reale e obiettiva comprensione dei fatti. E' proprio attraverso questo distacco che potremo capire che l'avversario non è proprio quel mostro che il cliente ci ha disegnato e che molto spesso ci sono ampi margini per un'intesa.

Sappiamo entrambi che il più delle volte dietro una lite c'è innanzitutto un'incapacità di dialogo di una o più parti. Ecco perché quando due avvocati non riescono a superare il primo momento finiranno per litigare anche loro, sottraendo alle parti un fondamentale diritto: quello di essere aiutati a trovare una soluzione a una lite e non certo di creare più problemi di quanti non se ne vogliano risolvere.

La professione allora deve essere un esercizio quotidiano pur con le sue mille e inevitabili difficoltà. In questo modo il nostro obiettivo non sarà solo quello di vincere una causa, ma soprattutto quello di dare un aiuto nel trovare la soluzione migliore; ci premerà innanzitutto far emergere verità e giustizia, piuttosto che sostenere ciò di cui neanche noi siamo realmente convinti.

C'è un'ultima cosa che vorrei dirti. La società in cui viviamo sembra aver dimenticato l'"essere" delle persone e ciò che conta di più nelle relazioni umane è l'"apparenza". Molto spesso i crimini più orribili, che affollano le aule dei tribunali come le pagine di cronaca nera dei quotidiani, nascono e si alimentano di questa fame di apparenza.

Prendiamo ad esempio un vecchio caso di cronaca (il caso "Carretta"): nove anni di silenzio, dopo la strage, e il gelo di una confessione televisiva. Come se il significato di quelle morti e di quella vita macchiata di sangue si sostanziasse tutto in quell'apparizione fugace, attesa dopo il lungo esilio; in quell'esserci che non ha più nulla di autentico… di umano.

Ma cosa si nasconde dietro questi gesti criminosi che possiamo confinare solo nei territori dell'irrazionale, della follia? Il più delle volte si tratta di esistenze condotte all'insegna della frustrazione, di un mancato riconoscimento, nell'infausta legge dell'"appaio quindi sono".

E se per apparire bisogna ricorrere a questi mezzi estremi, allora la follia non è più imputabile al singolo individuo, ma a un sistema culturale che ne avalla le motivazioni e ne favorisce l'esplosione. Ebbene neanche il mondo giudiziario fa eccezione a questa regola.

La storia, purtroppo nelle sue tinte più grigie, ci ha insegnato che spesso anche dietro un abito elegante può nascondersi un'inquietante miseria: la "banalità del male" - come la definiva Hannah Arendt.

Eppure il nostro sguardo deve saper andare oltre, per scoprire che chi abbiamo davanti ha anche un "anima" e che questo conta molto di più della sua immagine.

Conoscerai certamente la favola dei vestiti nuovi dell'imperatore. Andersen è un maestro nell'opera di smascheramento degli impostori. In quella favola c'è tutto un popolo di adulti che ossequia il suo Re decantando la bellezza dei suoi vestiti che in realtà non indossa. Solo un bambino con la sua irriverente e spontanea sincerità si mette a urlare divertito quella buffa realtà che nessuno vuol vedere: il re è nudo.

Voglio essere molto chiaro con te.

Oggi parlare di innocenza può apparire sciocco e anche un po' infantile. Questo perché si temono gli uomini semplici. Eppure la fanciullezza come metafora dell'innocenza dovrebbe diventare il fondamento culturale della nostra identità sociale e professionale, perché solo recuperando questi valori potremo accorgerci di quanti "re nudi" spesso ci circondano. "Alla maniera dei fanciulli" allora dovremo conquistare quella sana irriverenza contro ogni arroganza e ogni supponenza.

Al termine di un bellissimo film tratto dal noto romanzo di John Grisham, L'uomo della pioggia, il protagonista, che è un giovane avvocato fortemente convinto dei valori in cui crede, ci lascia con un accorato e toccante soliloquio. Nella nostra professione - dice - esiste una linea di confine che non devi mai oltrepassare: se non stai attento rischi di diventare anche tu un pescecane che nuota nell'acqua sporca. Restiamo al di qua di questa linea allora, perché la nostra meta non sia più quella di diventare avvocati "anziani".

Sarà bello diventare un po' "fanciulli", riacquisire quella freschezza che la vita, le scelte, il lavoro spesso appannano o distruggono. Uno dei mali che affligge la nostra vita di avvocati consiste proprio nel fatto che, con il passar del tempo, e in mezzo a tante 'brutture', si rischia di perde la capacità di sorridere: l'immagine dell'avvocato spesso condivisa dall'immaginario collettivo è quella dell'uomo severo e serioso che, sovrastato da un'imponente scrivania e da una montagna di fascicoli, dispensa il suo autorevole parere.

Ma ogni volta che un sorriso di comprensione o di partecipazione affiora alle nostre labbra e siamo costretti a reprimerlo, per mantenere salda l'apparenza di compostezza, dovremmo chiederci a cosa stiamo rinunciando.

Quell'attimo di umana debolezza che è il sorriso non toglie nulla alla nostra professionalità, anzi forse vi aggiunge un po' di sano "stupore", nel senso più infantile del termine: la capacità di meravigliarsi ancora dinanzi alla complessità umana o la volontà di non soccombere al 'callo' dell'abitudine.

So che è difficile, perché il nostro è un "mestiere al negativo", a cui la gente ricorre per risolvere i problemi, non certo per condividere le proprie gioie; ma se noi per primi riuscissimo ad infondere un velo di serenità molte cose potrebbero cambiare e diventare più "umane"… Ma occorre una vera e propria rinascita.

Non voglio annoiarti di retorica, vizio difficile da estirpare dopo tanti anni di professione, ma la sfida è di quelle in grado di mutare il corso degli eventi. E vorrei che potessimo raccoglierla insieme. E per questo, caro collega, posso assicurarti che poco importa se tu di anni ne abbia trenta o settanta: se vuoi "cominciare da capo" sappi che siamo in due e forse chissà qualcun altro ci starà già pensando...

Roberto Cataldi

(04/05/2016 - Roberto Cataldi) Foto: 123rf.com
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