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Il licenziamento orale

Le tutele contro tale illecita forma di recesso e i recenti contributi della Corte di cassazione in materia
lavoro licenziamento

di Valeria Zeppilli – Il nostro ordinamento vieta al datore di lavoro di licenziare i propri dipendenti verbalmente.

Di conseguenza, il licenziamento orale è inefficace e non è quindi idoneo a interrompere il rapporto lavorativo, anche se idealmente alla sua base vi sia una giusta causa o un giustificato motivo oggettivo o soggettivo.

Le tutele

Come noto, recentemente il decreto legislativo numero 23 del 2015, attuativo del cd. Jobs Act, ha modificato il regime sanzionatorio in caso di licenziamenti illegittimi.

Oggi, quindi, è proprio nell'articolo 2 del predetto decreto che vanno ricercate le tutele per i lavoratori che siano stati licenziati verbalmente.

Tale disposizione, in particolare, stabilisce che il lavoratore il cui licenziamento sia stato intimato in forma orale venga innanzitutto reintegrato nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto.

Con la medesima pronuncia il giudice condanna altresì il datore di lavoro a risarcire il lavoratore del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata l'inefficacia. A tal fine, egli stabilisce un'indennità commisurata all'ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, corrispondente al periodo dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegra, dedotto l'aliunde perceptum e senza mai scendere al di sotto delle cinque mensilità dell'ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto.

Per il medesimo periodo il datore di lavoro è anche tenuto a versare i contributi previdenziali e assistenziali.

In ogni caso, il lavoratore che sia stato licenziato oralmente ha diritto a ottenere, in alternativa alla reintegra, un'indennità pari a quindi mensilità dell'ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto.

I contributi della Corte di cassazione

Recentemente la Corte di cassazione è intervenuta, con due interessanti pronunce, a chiarire alcuni aspetti controversi relativi al licenziamento orale.

Nella prima, la numero 8927 del 5 maggio 2015, i giudici hanno precisato che, nel caso in cui vi sia un contrasto tra la prospettazione del dipendente (che deduca di essere stato licenziato oralmente) e quella del datore di lavoro (che deduca la sussistenza di dimissioni del lavoratore), la prova gravante sul primo è limitata alla sua estromissione dal rapporto, mentre la controdeduzione del datore di lavoro si configura come un'eccezione in senso stretto, il cui onere probatorio ricade su quest'ultimo. Insomma: è il datore di lavoro a dover provare che il lavoratore si è in realtà dimesso.

Il secondo recente interessante contributo offerto dalla sezione lavoro della Corte di cassazione è contenuto nella sentenza numero 22825 del 9 novembre 2015, con la quale i giudici hanno sancito che al licenziamento orale non si applica il termine di decadenza di sessanta giorni per l'impugnativa previsto dall'articolo 6 della legge n. 604 del 1966.

Di conseguenza, indipendentemente dall'effettuazione di una tempestiva impugnativa stragiudiziale, il lavoratore può far valere in ogni tempo l'inefficacia del licenziamento.

Valeria Zeppilli
Consulenza Legale
Laureata a pieni voti in giurisprudenza presso la Luiss 'Guido Carli' di Roma con una tesi in Diritto comunitario del lavoro. Attualmente svolge la professione di Avvocato ed è dottoranda di ricerca in Scienze giuridiche – Diritto del lavoro presso l'Università 'G. D'Annunzio' di Chieti – Pescara
(10/12/2015 - Valeria Zeppilli)
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