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Il danno da perdita di chance lavorative

Le principali applicazioni in ambito giuslavoristico
lavoro licenziamento

di Valeria Zeppilli - La perdita di chance è una voce di danno di creazione prettamente giurisprudenziale che si concretizza nel caso in cui, a seguito di un comportamento illecito o inadempiente di un terzo, un soggetto abbia perso la possibilità di conseguire un determinato vantaggio, sia esso economico che relativo a uno specifico bene o risultato.

La perdita di chance, in ambito giuslavoristico, ha trovato applicazione principalmente in relazione alle possibilità, per i lavoratori, di ottenere un avanzamento di carriera: si pensi, ad esempio, al caso di un dipendente immotivatamente escluso da una promozione, nonostante in possesso dei requisiti necessari ad ottenerla (cfr. Cass. n. 8443/2013).

Tuttavia essa potrebbe essere utilizzata anche con riferimento ad altri aspetti che interessano il rapporto di lavoro, come ad esempio il licenziamento.

Si pensi al caso del licenziamento ingiurioso, ovverosia quello che “per la forma e le modalità della sua adozione, nonché per le conseguenze morali e sociali che ne derivano a carico della persona, rappresenti un atto lesivo del decoro, dell'onore e della dignità del lavoratore ingiustamente licenziato” (Cass. n. 26590/2008).

Nel caso in cui esso abbia luogo, infatti, il lavoratore potrebbe anche chiedere il danno da perdita di chance in termini di maggiori difficoltà a reperire una nuova occupazione, pur sempre gravando su di esso, ex art. 2697 c.c., il relativo onere della prova.

A tal proposito è comunque opportuno specificare che “la perdita di chance è risarcibile indipendentemente dalla dimostrazione che la concreta utilizzazione della chance avrebbe presuntivamente o probabilmente determinato la consecuzione del vantaggio, essendo sufficiente anche la sola possibilità di tale consecuzione” (cfr. ad esempio Cass. n. 23846/2008).

Si badi bene però. Spesso nel caso in cui il licenziamento sia illegittimo il risarcimento di tale voce di danno è ricompresa dalla giurisprudenza nella corresponsione dell'indennità sostitutiva del preavviso e dell'indennità supplementare, specie in considerazione del fatto che nella quantificazione di quest'ultima si tiene spesso conto delle modalità di risoluzione del rapporto (cfr., ad esempio, Trib. Milano n. 4697/2008).

Valeria Zeppilli
Consulenza Legale
Laureata a pieni voti in giurisprudenza presso la Luiss 'Guido Carli' di Roma con una tesi in Diritto comunitario del lavoro. Attualmente svolge la professione di Avvocato ed è dottoranda di ricerca in Scienze giuridiche – Diritto del lavoro presso l'Università 'G. D'Annunzio' di Chieti – Pescara
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(04/10/2015 - Valeria Zeppilli)
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