Diritto del lavoro

Jobs Act: il lavoro intermittente

Quando e come è possibile ricorrere al contratto cd. a chiamata
Due lavoratori intenti a tinteggiare un muro

di Valeria Zeppilli – Il lavoro intermittente è quello prestato da soggetti di età inferiore a 25 anni o superiore a 55 anni, che si pongono a disposizione del datore di lavoro in maniera discontinua o intermittente.

Più precisamente, con riferimento ai giovani, esso può essere stipulato con ragazzi che abbiano meno di 24 anni di età e purché le prestazioni siano svolte entro il 25° anno.

Le esigenze che giustificano il ricorso a lavoro intermittente sono individuate dai contratti collettivi o, in assenza, con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

È una tipologia contrattuale che rientra tra quelle “salvate” dal cd. Jobs Act e che oggi trova la sua fonte di disciplina nel d.lgs. n. 81/2015, il quale, tuttavia, non ha apportato modifiche di particolare rilievo rispetto alle disposizioni del decreto legislativo n. 276 del 2003.

Si precisa sin da subito che, ai fini del computo dei dipendenti del datore di lavoro, i lavoratori intermittenti si calcolano in proporzione all'orario effettivamente svolto nell'arco di ciascun semestre.

Forma del contratto

Per il contratto di lavoro intermittente è richiesta la forma scritta ai fini della prova.

In particolare esso deve indicare la durata e le ipotesi che consentono la stipulazione del contratto, il luogo e le modalità della disponibilità eventualmente garantita dal lavoratore e del relativo preavviso di chiamata, in ogni caso non inferiore a un giorno lavorativo; il trattamento economico e normativo e, se prevista, l'indennità di disponibilità; le forme e le modalità con cui il datore di lavoro può richiedere e come è rilevata la prestazione; i tempi e le modalità di pagamento di retribuzione e indennità; le misure di sicurezza necessarie.

Il trattamento economico

Il lavoratore intermittente, nei periodi lavorati, ha diritto al medesimo trattamento economico dei lavoratori comparabili, ovviamente riproporzionato al lavoro effettivamente prestato.

Nei periodi in cui non presta lavoro, invece, non ha diritto ad alcun trattamento, salvo che non garantisca la propria disponibilità a rispondere alle chiamate del datore di lavoro.

In tale ultimo caso, infatti, al lavoratore spetta la cd. indennità di disponibilità, la cui misura è determinata dai contratti collettivi, per un ammontare in ogni caso non inferiore all'importo fissato dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentite le associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Impossibilità a rispondere alla chiamata in caso di disponibilità

Può accadere che un lavoratore che abbia garantito al datore di lavoro la propria disponibilità continua sia impossibilitato temporaneamente a rispondere alla chiamata.

In tal caso, egli è tenuto a darne tempestiva informazione al datore di lavoro, specificando la durata dell'impedimento.

Se non vi provvede, perde il diritto all'indennità di disponibilità per 15 giorni, salvo quanto diversamente previsto dal contratto individuale.

Occorre specificare che nel periodo di impedimento a rispondere alla chiamata il lavoratore non matura il diritto all'indennità di disponibilità.

Laddove invece il lavoratore si rifiuti ingiustificatamente di rispondere alla chiamata, tale circostanza può costituire motivo di licenziamento e comportare la restituzione della quota di indennità riferita al periodo successivo al rifiuto.

Durata massima della prestazione

Il datore di lavoro può avvalersi del lavoro intermittente di un medesimo lavoratore per massimo 400 giornate nell'arco di un triennio, superate le quali il rapporto si trasforma in uno a tempo pieno e indeterminato.

Il predetto limite, tuttavia, conosce delle eccezioni, che interessano settori caratterizzati da una certa peculiarità. Il riferimento va, nel dettaglio, al settore del turismo, a quello dei pubblici esercizi e a quello dello spettacolo.

Impossibilità di ricorrere al lavoro intermittente

Il contratto di lavoro intermittente non interessa le pubbliche amministrazioni.

Esso, inoltre, non può in nessun caso essere utilizzato dai datori di lavoro per sostituire lavoratori in sciopero.

Non possono ricorrere a tale tipologia di rapporto di lavoro neanche i datori di lavoro che, in relazione a lavoratori con le medesime mansioni, abbiano provveduto, nei sei mesi antecedenti, a licenziamenti collettivi o si avvalgano della cassa integrazione guadagni.

Infine non possono stipulare contratti di lavoro intermittente i datori di lavoro che non abbiano provveduto ad effettuare la valutazione dei rischi e non siano, quindi, in regola con le leggi in materia di sicurezza sul lavoro.

Valeria Zeppilli
Consulenza Legale
Laureata a pieni voti in giurisprudenza presso la Luiss 'Guido Carli' di Roma con una tesi in Diritto comunitario del lavoro. Attualmente svolge la professione di Avvocato ed è dottoranda di ricerca in Scienze giuridiche – Diritto del lavoro presso l'Università 'G. D'Annunzio' di Chieti – Pescara
(14/09/2015 - Valeria Zeppilli)
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