Avvocatura

Avvocati: se il compenso è nei parametri, spetta al cliente provare che non ne ha diritto

Il difensore deve dimostrare il suo diritto soltanto se la parcella supera il massimo degli standard previsti
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di Marina Crisafi - Non spetta all'avvocato dimostrare il proprio diritto al pagamento dei compensi professionali per l'attività svolta se questi rispettano gli standard previsti. In tal caso, infatti, è l'assistito ad essere gravato dell'onere della prova. Ad affermarlo è la Corte d'Appello di Brescia nella sentenza n. 847/2015 dell'8 agosto scorso, accogliendo il ricorso di un legale che aveva trascinato in giudizio una società ex cliente per ottenere il saldo della propria parcella.

Nella vicenda, l'azienda aveva incaricato il professionista di agire in giudizio ma durante la fase istruttoria e dopo la partecipazione dello stesso ad almeno un'udienza, gli aveva revocato il mandato.

L'avvocato allora aveva agito per ottenere il pagamento della propria parcella, chiedendo (posto che la controversia risaliva alla vigenza delle tariffe forensi) onorari nella misura massima del tariffario in base allo scaglione di valore.

Ma l'azienda sosteneva che la somma liquidata (circa 1.500 euro) doveva ritenersi già soddisfacente per le spettanze del legale e il tribunale le dava ragione.

In appello, invece, il legale ottiene l'accoglimento delle proprie doglianze.

Per la Corte territoriale, infatti, ha sbagliato il tribunale, a porre l'onere della prova ex art. 2697 c.c. a carico del difensore che aveva chiesto un compenso oltre il minimo, affermando che, in caso contrario, lo stesso si sarebbe dovuto attestare sulla soglia più bassa.

Questo principio, ha proseguito il giudice d'appello, trova applicazione, come affermato peraltro dalla più recente Cassazione (n. 9237/2015), soltanto allorquando il professionista richieda compensi al di sopra del massimo previsto, dovendo quindi fornire la prova a norma della disposizione codicistica degli elementi costitutivi del diritto fatto valere, cioè delle circostanze che nel caso concreto giustifichino detto maggiore compenso, restando in difetto applicabile la tariffa nell'ambito dei parametri previsti (leggi: “Il cliente deve pagare anche le trattative salvo che non dimostri la mancata diligenza dell'avvocato”).

Nel caso di specie, invece, il legale aveva chiesto compensi superiori al minimo ma entro il massimo, per cui alla società non resta che saldare le sue competenze, quantificate in ulteriori 1.300 euro.

(26/08/2015 - Marina Crisafi)
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