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Domanda riconvenzionale nel processo del lavoro

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La domanda riconvenzionale nel processo del lavoro


Il convenuto che, in una causa di lavoro, non si limiti a difendersi dalle richieste del ricorrente, ma che voglia formulare a sua volta una “contro domanda”, intesa ad ottenere un provvedimento a sé favorevole e la condanna di parte attrice, deve proporre apposita “domanda riconvenzionale”.


Essa, a differenza della mera richiesta di rigetto opposta alla domanda avversaria (c.d. eccezione riconvenzionale), che tende solamente ad elidere gli effetti della pretesa dell’attore, estende il thema decidendum, poiché il convenuto tramite la stessa esercita un'autonoma azione che richiede una pronuncia del giudice con

effetto di giudicato.


La domanda riconvenzionale deve possedere i requisiti richiesti dall’art. 36 c.p.c., ovvero deve dipendere "dal titolo dedotto in giudizio dall’attore o da quello che già appartiene alla causa come mezzo di eccezione" e non deve eccedere la competenza del giudice per materia e per valore, dovendo inoltre essere basata su uno dei rapporti di lavoro previsti nell’art. 409 c.p.c.


La disciplina della domanda riconvenzionale è contenuta nell’art. 418 c.p.c., secondo il quale, il convenuto che propone la propria domanda riconvenzionale a norma dell’art. 416 c.p.c., con istanza contenuta nella stessa memoria difensiva, deve chiedere al giudice di pronunciare, entro e non oltre i successivi 5 giorni, un nuovo decreto con la fissazione di un'altra data d'udienza a modifica del provvedimento precedente indicato all'art. 415 c.p.c.


L'inosservanza dell'onere, posto dall'art. 418 c.p.c., a carico del convenuto di chiedere la fissazione di una nuova udienza, comporta la decadenza dalla riconvenzionale e l'inammissibilità della stessa.


Il suddetto termine di decadenza ha carattere assoluto ed è rilevabile d’ufficio anche in presenza di eventuale acquiescenza della parte attrice.


In difetto di specifica istanza del convenuto, la decadenza infatti non può essere sanata dall’accettazione del contraddittorio da parte dell’attore né dall’emissione da parte del giudice del decreto di fissazione della nuova udienza (Cass. n. 9965/2001).


Sulla base del disposto di cui al 2° comma dell’art. 418 c.p.c., tra la proposizione della domanda riconvenzionale e l'udienza di discussione non devono decorrere più di 50 giorni, mentre la memoria difensiva del convenuto unitamente al decreto che fissa l’udienza devono essere notificati al ricorrente entro 10 giorni dalla pronuncia del provvedimento richiesto, a cura dell’ufficio del giudice.


Inoltre, tra la data di notifica all’attore e quella dell’udienza di discussione deve trascorrere un lasso di tempo di almeno 25 giorni.


Ratio di tale termine è quella di consentire al ricorrente, di approntare la difesa più opportuna rispetto ai fatti e agli elementi di diritto posti a fondamento della domanda del convenuto.


Con la proposizione della domanda riconvenzionale, infatti, l’attore originario assume, a sua volta, la veste di convenuto in relazione alla stessa, diventando, pertanto, titolare degli stessi poteri, degli oneri e delle preclusioni che l’art. 416 c.p.c. fissa per il convenuto.


Il ricorrente, quale “convenuto in riconvenzionale”, anche se la legge nulla dice al riguardo, deve depositare a sua volta, entro dieci giorni prima della nuova udienza, a pena di decadenza, una memoria difensiva (Cass. n. 717/1997; n. 13/1977), per replicare alla domanda riconvenzionale del convenuto, non potendo quest’ultimo avvalersene per formulare nuove domande, eccezioni o istanze istruttorie relative alle pretese avanzate con il ricorso introduttivo del giudizio (Cass. n. 3985/1986).


I termini di cui al secondo comma cambiano se la notificazione del decreto deve essere effettuata all’estero: i 50 giorni previsti al comma 2 dell'art. 418 c.p.c diventano 70 e i 25 giorni previsti al comma 4 del medesimo articolo sono elevati a 35. 


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